Volontà e umanità

Il 6 maggio di cinquant’anni fa c’ero. Certo, ero solo un bambino, ma ciò che accadde alle nove di sera e negli istanti successivi è una di quelle cose che ti rimangono impresse così profondamente nel corpo e giù giù fino a intimità inedite del tuo profondo da non lasciarti mai più.

Era la prima volta che sperimentavo gli effetti di un terremoto e per fortuna, sebbene mi sia accaduto altre volte – nella vita – non ho mai più vissuto quel tipo di esperienza con quel grado di intensità. Eppure, stavo a centinaia di chilometri dall’epicentro di Gemona. Non chiedetemi perché (sarebbe lunga da spiegare) ma in quel momento vivevo con la mia famiglia in provincia di Treviso, dove ho fatto tutto il ciclo delle elementari.

Quella sera giocavo con mio fratello Alessandro nel corridoio di casa con una palla di pezza che ci eravamo fabbricati, arrotolando delle vecchie calze. Aspettavamo che tornasse nostro padre – allora pendolare – per salutarlo prima di metterci a letto. All’inizio non facemmo caso al crescente tintinnare degli applique del corridoio (con dei bei pendenti di Venini, peraltro: credo che siano ancora in qualche scatola nel magazzino): avveniva spesso poiché abitavamo di fronte a una strada statale al tempo parecchio trafficata da mezzi pesanti, per quanto in centro. E non era infrequente che i camion producessero delle vibrazioni tali da far risuonare i vetri di casa.

Ma quel lieve tintinnio così consueto si trasformò, in pochi istanti, in uno sfasciarsi di vetri, e mentre attorno a noi si staccavano pezzi di intonaco dagli angoli del soffitto e cadevano frammenti di vetro, nostra madre ebbe la prontezza di prenderci e portarci sotto il vano della porta della cucina, poiché aveva letto da qualche parte che quegli archi domestici tendono a rimanere integri mentre tutto attorno la casa crolla. Non so quanto rimanemmo lì, abbracciati, mentre l’edificio intero si muoveva; di sicuro appena fu possibile ci precipitammo all’esterno, assieme ad altre migliaia di persone, quella sera.

Per noi fu solo un grande spavento (e una emozione fortissima che ancora oggi riesco a richiamare alla mente con grande facilità), e trascorreremo la notte in automobile. Ma per migliaia di friulani quella sera fu morte, distruzione, dolore e perdita. Delle giornate successive ricordo solo i camion di aiuti improvvisati ma solidi che – carichi di vestiario, cibo, materassi e qualsiasi cosa potesse servire a ricostituire le basi di una esistenza – partivano da ogni paese.

I fratelli e le sorelle friulane, negli anni successivi, hanno dimostrato all’Italia e al mondo come ogni ricostruzione (dentro di noi e fuori di noi) sia sempre possibile, esercitando volontà e umanità, letteralmente pietra su pietra, senza che questo vada a detrimento della memoria; sempre nel rispetto del dolore, che quando ci colpisce ci rimane compagno per la vita e ci ricorda quanto fragili siamo.

Cinquant’anni dopo, al netto del poter dire io c’ero e ricordo, non so bene quale sia la lezione del terremoto del 1976. Forse nessuna, forse diverse. In me valgono soprattutto sensazioni che da allora non mi abbandonano più. Di quanto sia importante investire nel bene il tempo che siamo chiamati a vivere, perché fare del male a volte è apparentemente più semplice e paga – apparentemente – meglio. Di come complichiamo le esistenze nostre e degli altri con inutili cattiverie, e violenze inaudite, quando un terremoto ci ricorda che siamo polvere su un punto nello spazio, e quanto facile, con volontà e umanità, sarebbe invece vivere bene assieme. E costruire, invece che ricostruire ogni volta

(in occasione dei 50 anni del terremoto del Friuli, 6 maggio 2026)