VENEZIA ANNO ZERO

Chissà se davvero, come affermava il principe Miškin nell’Idiota di Dostoevskij, “La bellezza salverà il mondo”; certo, nel dubbio, è comunque consigliabile averla dalla propria parte, perché di sicuro non potrà farlo lo squallore. E la prima cosa emersa, nello sgomento dei giorni di desertificazione forzata che hanno visto a Venezia e nel mondo il ritrarsi di ogni attività umana, è stata la liberazione di una bellezza inaudita.

Non benessere, bellezza; mentre all’interno delle case serpeggiavano i timori, la paura, la preoccupazione per un futuro che si faceva ogni giorno più incerto – esattamente come nei giorni della peste, che sembravano così stupidamente lontani – la città iniziava a mostrarsi sempre più priva di orpelli, cascami, rumori fuori luogo; e in quel processo certamente ingiusto che ogni azzeramento porta con sé, cancellando il buono e il tossico nello stesso identico momento, metteva in risalto una volta di più ciò che in qualche modo era noto: la sua bellezza, in primo luogo – certo – ma anche il fatto di godere di una sorta di vita propria, a prescindere dagli umani che pure l’hanno creata. Venezia si è mostrata nella sua essenza più pura.

Una specie di entità autonoma, un corpo vivente che è immerso nella natura che la circonda e la compenetra, e che per questo sembra così naturale. Ma Venezia non è naturale: è in armonia con la natura – o lo è stata, prima che l’uomo tradisse la natura – ma è totalmente artefatta, inventata, costruita pietra su pietra, a cominciare dai legni piantati sotto le case nel suo fango, unico elemento assieme all’acqua che appartiene in origine alla laguna. Non esiste una sola pietra della città che non sia arrivata da un altrove, che non sia stata portata, inserita, incastonata in questo corpo che assorbe tutto, e che così facendo trasforma magicamente ogni cosa in Veneziana: veneziana è l’architettura, la pittura, la lingua, la cucina, che è frutto di mille influssi e che finisce per diventare unica e irripetibile, e per fare essa stessa da modello e farsi copiare e riprodurre dal mondo, che si chiede se sia reale o se sia solo una narrazione.

Irripetibile, ma non irreplicabile: Venezia è senza ombra di dubbio la città più rappresentata, copiata, citata, riprodotta nel nome e – se non nella forma – nelle forme più assurde: perché da un certo momento in poi la città non è più neppure pietra; si fa concetto, immagine, astrazione. Diventa pura suggestione per rappresentare il fantastico, l’onirico, l’irraggiungibile che dimora nell’animo. Venezia è una metafora, e ognuno trova la sua chiave per leggerla. Perlomeno così crede.

Perché se è vero – ed è vero – che la città è unica, e che su questa unicità ha fondato parte delle sue fortune, è altrettanto vero che finisce per andare oltre l’unicità, nella sua inafferrabilità: perché è altro, essendo priva di comparazione: è aliena. La circoscrivi con lo sguardo, è tutta davanti ai tuoi occhi, non esiste un’ultima curva di strada che te la faccia comparire davanti, o scomparire; non esiste una periferia da attraversare che te la annunci. La guardi TUTTA, ma non la catturi, talmente capace come è di mostrarti infiniti aspetti sfuggenti e precedenti ogni comprensione, come intuizioni che non arrivano a compiersi e rimangono sospese nell’emozione; come un prisma luminoso nel quale cercare di riconoscere i colori dei riflessi, tra mille baluginii, sempre diverso nei rimandi di luce che raccoglie e ripropone.

Una città che nel suo Anno Zero è emersa prepotentemente – perché prepotente lo è – ma in maniera meravigliosa; meravigliosamente prepotente: e non solo nella bellezza, che è appunto la prima cosa che si vede, e non potrebbe essere altrimenti; Venezia è di una bellezza abbacinante, sovrannaturale; nel suo essere apparentemente immutabile segue invece il corso delle stagioni e della luce; e cambia di minuto in minuto, proponendo combinazioni che non stancano mai l’occhio. Anche la più allenata delle retine cede all’evidenza dell’inedito, fosse anche al milionesimo passaggio.

Ma è pure dotata di una profondità che – quella sì – si era vagamente perduta nel disordine degli ultimi decenni. La sua è una profondità ritrovata, che le appartiene, che è riemersa intatta dal disastro dell’acqua alta e che si è ulteriormente mondata nei giorni difficili e complessi dell’attraversamento della pandemia.

Perché con gli episodi pandemici la città ha sviluppato una resistenza e una resilienza che ha attraversato la storia e che vive quasi attraverso il respiro della pietra, e si trasmette agli umani che la vivono e che la amano. Per questo non è solo un Anno Zero: è uno degli anni zero che Venezia ha attraversato nel corso della sua storia. Ed è pronta – alla vigilia del suo milleseicentesimo anno d’età (leggendario, certo: ma cosa non lo è, negli spazi che conchiude?) – per ricominciare.

Nondimeno, ha bisogno degli umani per farlo: è parte della sua grazie e della sua dannazione. Andrà fatto nella maniera giusta. Di una cosa possiamo essere certi, infine: che nella sua indubbia fragilità Venezia porta in sé qualcosa di definitivo e indistruttibile. Può rimanere polvere, dei suoi monumenti, ma non se ne può scalfire il mito.

E alla fine, ogni cosa può essere riassunta nella frase che sta scolpita in una delle sue pietre meno conosciute. Quelle al suo ingresso simbolico, l’inizio del ponte che la unisce al mondo, dove sta incisa una frase raccolta dalle Odi di Orazio Flacco Quinto che lì volle porre Eugenio Miozzi, l’ingegnere che quel ponte progettò: Merses profundo, pulchrior evenit; gettala nei gorghi, riemergerà più bella.

(intervento andato in stampa per la prima volta sul numero di “InTime magazine” di dicembre 2020, a corredo di alcuni fotogrammi tratti dal progetto video “Venezia Anno Zero”, di Andrea Morucchio, che ha concesso l’utilizzo della foto)