Se il coronamento di tutto è la paura Alberto Toso Fei Blog

Se il coronamento di tutto è la paura (ma anche qualcos’altro)

Faccio una premessa necessaria: sono ragionevolmente preoccupato per quanto sta accadendo nel mondo, in Italia, in Veneto e a Venezia. Trovo personalmente giusto che si sia deciso – mesi e settimane fa – di far svolgere regolarmente il Carnevale; trovo personalmente giusto che sia stato sospeso dopo la conclamazione dei due casi veneziani. Possiamo discutere sulle cinque ore prima o cinque ore dopo, credo, ma con onestà intellettuale va anche detto che nessuno, venti giorni fa, si sarebbe mai sognato di dire “non facciamo il Carnevale 2020”.
Sono preoccupato e dispiaciuto, perché è possibile che qualche altra persona – oltre ai casi già conclamati – perda la vita, e che molte altre contraggano il virus. Non intendo quindi sminuire la gravità della situazione, e ritengo che il provvedimento di chiusura totale delle attività pubbliche non essenziali – fino al primo marzo, salvo proroghe o revoche – sia adeguato al principio di precauzione. Ritengo che ognuno di noi debba osservare comportamenti rigidi legati all’igiene personale e al rischio di contrarre il virus finché l’emergenza non sarà dichiarata conclusa. Questo è ancora parte della premessa.
Detto questo, sono abbastanza sconcertato dall’ondata di panico che ci sta travolgendo; ho visto fotografie di supermercati presi d’assalto come nemmeno in tempo di guerra; è normale che si sia preoccupati e ancora più normale che si abbia paura di morire. Ma – pesti lontane a parte, e pure la Spagnola tanto invocata in queste ore, che fece migliaia di morti quando non esistevano gli antibiotici – abbiamo attraversato epidemie e contagi di ogni tipo in questi ultimi due o tre decenni: l’Aids, la Sars, Ebola, Zika, il Dengue, la Mucca Pazza, la Suina, l’Aviaria (per le quali ci rimisero perlopiù gli allevatori).
Parliamoci chiaro: sono malattie vere, per le quali non esistono cure efficaci, che vanno contrastate con decisione. Ma il tasso di mortalità che portano con loro è ridicolo, se paragonato per esempio a quello procurato dalle zanzare (non a caso Bill Gates sta investendo molto nella ricerca in quella direzione), che causano 725 mila morti all’anno. Ogni anno. Solo che lo fanno molto meno da noi, nei paesi industrializzati e mediamente più ricchi, e dunque questo non ci spaventa.
Su un gruppo Facebook, “ I luoghi meno noti di Venezia e della sua laguna”, questa sera un iscritto originario di Singapore, Huang Eu Chai, ha postato uno scritto che trascrivo integralmente, inserendo anche il link che lui propone: “ho appena appreso la notizia dei 2 casi certificati del nuovo coronavirus a Venezia, per cui mi sento il dovere di offrire dell’informazione sulla nostra esperienza a Singapore: Qui da noi ci sono ormai più casi di guariti che nuovi casi trovati con il virus. Anzi la grande maggioranza dei casi aveva sintomi leggeri, ed è in fase di miglioramento.
Morti: 0
A parte il fatto che è particolarmente contagiosa, più andiamo avanti più sembra che sia una specie di influenza comune. Dai dati colti dall’esperienza fin da gennaio, sta prendendo piede tra i medici e studiosi il sospetto che il rischio stia più nella reazione immunitaria eccessiva del corpo che non il virus di per sé. Anzi abbiamo visto (con grande sorpresa) che i giovani guariscono molto più facilmente rispetto ai più maturi, possibilmente perché hanno una difesa immunitaria ancora in sviluppo. Da noi c’è stato addirittura il caso di un bambino di un anno d’età dimesso dall’ospedale dopo solo due giorni di ricovero.
Capisco che c’è tanta paura in questo momento perché la malattia è scoppiata all’improvviso, ma vi assicuro che non è per niente come la peste. Se volete vedere dati concreti potete guardare il nostro tragitto cliccando qui sotto: https://trending.sg/coronavirus?utm_source=Social&fbclid=IwAR1x1cBfMpsBTVUplv738xRa1WcXyadEQ9_J5YdUyeDOktm1CG-OU_hpJmg”.
Ecco, io non posso dire cosa succederà nei prossimi giorni. Nemmeno nella prossima ora. Se io stesso mi potrò ammalare o meno. So che se dovesse avvenire sarei particolarmente sfortunato, viste le statistiche, ma anche che avrei buone possibilità di guarire.
Però per esempio stasera sono entrato in un esercizio, del quale non mi interessa fare il nome perché non è questo il senso e perché il non entrarci più è una mia scelta personale. Un luogo dove la persona che stava dietro al bancone, mentre con un’altra avventrice commentava le notizie veneziane, ha pensato di rimarcare che il vero problema era il barcone che anche stasera è approdato nel sud Italia pieno di disperati “che portano la rabbia, la scabbia e chissà cosa altro”. Al di là di questo ricordo, se a qualcuno fosse sfuggito, che il virus è arrivato in Lombardia con un manager italiano 38enne, viaggiando in business; e che l’unica famiglia cinese di Vo’ Euganeo, dove c’è stato purtroppo un morto, è risultata negativa a tutti i test.
Non sono riuscito a rispondere, benché disgustato, ma non ho nessun rammarico per non averlo fatto. Perché alla fine dei giochi hai voglia a mettere in piedi iniziative imponenti per arginare il virus; c’è un contagio più potente e pernicioso in atto, che travalica perfino il panico, tutto sommato comprensibile, se non giustificabile. Questo virus antico come il mondo si chiama ignoranza. E le cure esisterebbero, eccome. Ma contrariamente a quelle sanitarie, che in caso di necessità possono essere imposte, in questo caso bisogna voler curarsi, e avere la volontà di guarire. Solo che mentre pigli un raffreddore lo sai, se sei ignorante spesso ignori anche di esserlo, e continui a sparare fesserie, e pure delle improponibili cattiverie. Ma poi l’emergenza passerà e tutto tornerà a una normalità posticcia. Fino alla prossima malattia con un nome esotico, va senza dirsi.