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Venezia in numeri

Venezia in numeri

120 dogi in 1100 anni di Repubblica; le storie più belle delle 116 insule formate da 135 campi e 1198 calli; le leggende nascoste tra i 256 pozzi e i 423 ponti; e poi le 11.654 cortigiane ‘ufficiali’ e le 7 donne da primato, o le 69 pestilenze e i 23.000 proiettili del ‘48 veneziano.

Ecco alcuni dei numeri estratti a sorte dal cappello della storia per raccontare Venezia e i suoi leggendari 1600 anni. Venezia svelata attraverso i suoi numeri che raccontano una civiltà inimmaginabile e molte delle sue leggende. Una summa numerica che restituisce la panoramica di una storia unica e irripetibile.

Orientalia. Mille e una notte a Venezia.

Orientalia. Mille e una notte a Venezia.

In una “Mille e una notte” veneziana Saddo Drisdi, l’ultimo turco rimasto a Venezia, con i suoi racconti di principesse e corsari, sultane e dogi, santi e guerrieri, incanta sette bambini sfuggiti agli austriaci ed entrati di soppiatto nel Fondaco dei Turchi, ora in disfacimento. È il 1838 e la città è sotto la dominazione Austro-ungarica: dei fasti della Serenissima resta ben poco. Il vecchio raccoglie i bambini attorno a sé per raccontare le infinite storie tra veneziani e ottomani, fatte di battaglie cruente, amori passionali, rapimenti di donne, santi trafugati e malfattori tramutati in pietra; vicende secolari tra la Serenissima e la Sublime Porta, tra Venezia e Costantinopoli, sospese tra mito e storia.
Orientalia – Mille e una notte a Venezia è una graphic novel concepita dallo scrittore veneziano Alberto Toso Fei in stretta collaborazione col disegnatore e artista Marco Tagliapietra: un racconto seducente ammantato di leggenda che restituisce al lettore, con precisione storica, personaggi e luoghi di una Venezia (forse) perduta.

“Credo che Veneziani e Turchi siano come una coppia di vecchi sposi che litigano, sparlano di l’uno dell’altro, fanno scintille, ma che poi si conciliano perché in fondo in fondo si amano”, dice a un certo punto il vecchio Saddo Drisdi. Veneziani e Ottomani furono per secoli acerrimi nemici ma anche i migliori alleati commerciali, in una continuità e uno scambio oggi forse incomprensibili; i “Turchi” erano accusati delle peggiori nefandezze, ma nello stesso tempo li si ospitava in città in uno dei più prestigiosi palazzi sul Canal Grande, il Fondaco dei Turchi appunto, dove rimasero per più di duecento anni, nel quale avevano un hammam e, si dice, perfino una piccola moschea.

Le storie raccontate ai bambini da Saddo Drisdi (che fu realmente l’ultimo turco del Fondaco, costretto dalle autorità austro-ungariche a sgomberare il palazzo proprio nel 1838) sono tutte “vere”, nel senso che fanno parte dell’immaginario veneziano – che ne ha tramandato le vicende in gran parte attraverso la tradizione orale – oppure si tratta di rielaborazioni in chiave epica di fatti storici che già ai tempi della Serenissima venivano trascritti e narrati a maggiore gloria dello Stato Veneziano.

La ricostruzione per immagini presente nella graphic novel (pubblicata interamente a colori da Round Robin Editrice) restituisce una Venezia filologica anche sotto il profilo iconografico, dallo stato di fatiscenza del Fondaco alle divise dei soldati austriaci, ai ponti ancora senza parapetti (a volerli furono proprio le autorità austro-ungariche). L’opera è completata da un cospicuo “making of” e da alcuni scritti storici per inquadrare meglio il periodo scelto dagli autori e le vicende descritte in Orientalia.

La Venezia segreta dei dogi

La Venezia segreta dei dogi

Chi furono i dogi di Venezia? Di sicuro non furono dei re o degli imperatori; ma nemmeno sono assimilabili a prìncipi (malgrado l’appellativo di “Serenissimo Principe” che presero da un certo momento in poi) né a qualsiasi altra figura di potere che la storia ci rimandi – marchese, conte, duca (a dispetto della radice comune del nome) – non derivando il loro governo da un asse ereditario padre-figlio, che poteva servire al massimo a garantirsi il diritto di partecipare a una elezione. Se ne parla diffusamente nel nuovo libro di Alberto Toso Fei, “La Venezia segreta dei dogi”, in uscita giovedì 29 ottobre, che la casa editrice Newton Compton ha scelto come strenna natalizia “veneziana”.

Il doge di Venezia è una delle figure istituzionali più complesse della storia moderna, per la maniera in cui veniva identificato in una moltitudine e per il suo essere a un tempo sovrano e servitore dello Stato, controllore di una società evoluta – compatibilmente con i limiti posti dalla Storia – e controllato da un fitto sistema istituzionale che non permetteva derive autoritarie. In qualche modo l’antesignano della figura contemporanea di un presidente eletto democraticamente.

Il libro rimanda così alle storie, personali e pubbliche, di centoventi persone che il destino – o una ferrea volontà – posero a capo di una delle maggiori potenze del mondo, capace di traghettarsi dalla fine dell’Impero romano fin quasi ai giorni nostri: persone con pulsioni, desideri, capacità politiche e diplomatiche molto diverse, come spesso furono diverse le loro aspirazioni e i loro sogni. Con un denominatore unico, però: quello di accrescere il prestigio e il potere dello Stato del quale si trovavano a essere il vertice e lo strumento di comando.

“La Venezia segreta dei dogi” – che esce nella collana Misteri Italiani Newton – si propone di esplorare alcuni aspetti storici e curiosi di vita veneziana – indulgendo volentieri nell’ambito del leggendario e non illudendosi di poter esaurire in poche pagine un millennio e mezzo di storia – a partire dalla figura del doge, senza limitarsi alla massima autorità dello stato veneziano, ma estendendo il più possibile “l’esplorazione” a ogni settore: descrivendo dei banchetti dogali rimasti nella memoria si aprirà uno spaccato sulla cucina veneziana; parlando di un doge morto di “troppe cure” inflitte dai suoi medici si accennerà alla scuola medica e anatomica veneziana e così via, nell’intento – tutt’altro che peregrino – di dimostrare come Venezia e i suoi dogi furono una cosa sola, dal momento che furono l’espressione più alta della vita della città in ogni periodo storico la Serenissima si sia trovata ad attraversare nella sua lunga vicenda all’interno della più vasta esperienza della civiltà umana.

ritratti veneziani

ritratti veneziani

“Ritratti Veneziani” è una serie di volumi che raccoglie i testi dell’omonima rubrica settimanale dello scrittore Alberto Toso Fei, con le illustrazioni di Matteo Bergamelli, che esce ogni domenica in prima pagina su “Il Gazzettino” di Venezia. Veneziani di ogni tempo, che nei secoli hanno lasciato un segno nella storia o sulle pietre della città, legando per sempre il loro nome a quello della Serenissima. Uomini e donne le cui descrizioni di vita spesso indugiano sull’aneddoto e sulla curiosità; biografie giocose moltiplicate per dieci, cento, mille: cortigiane, soldati, dogi, letterati, artisti, poetesse.
Personaggi storici o leggendari, nati a Venezia oppure trasferitisi e divenuti in tutto e per tutto veneziani, nell’accezione sempiterna che vuole che chiunque ami la città e dia il suo apporto per essa ne divenga cittadino, a dispetto dei natali: da Arcangela Tarabotti, monaca del Seicento che scrisse dei testi che anticiparono il moderno femminismo (Venezia ebbe anche la prima donna laureata al mondo, e la prima direttrice di giornale) a Rodolfo Valentino, che pur non essendo veneziano visse in laguna un’esperienza capitale per la sua vita; personaggi a volte molto conosciuti, altre volte mai sentiti nominare prima, ma capaci di farvi esclamare: “ma dai”! Per i tanti amanti della civiltà di Venezia e della sua storia, delle chicche da non perdere.

Matteo Bergamelli
Nato a Bergamo, dopo essersi diplomato in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia ha lavorato come grafico e illustratore presso lo Studio Camuffo realizzando disegni e illustrazioni per manifesti, libri, riviste e allestimenti per alcune delle più importanti realtà cittadine. Da alcuni anni lavora come freelance disegnando illustrazioni di copertine e libri illustrati. Collabora come vignettista per la rivista satirica “Il Male” e alcuni suoi fumetti sono pubblicati su “Puck Magazine” e sull’inserto “La Lettura” del Corriere della Sera. Selezionato dal 2009 al 2013 per l’Annual degli illustratori italiani.

I LUOGHI E I RACCONTI PIù STRANI DI VENEZIA

I LUOGHI E I RACCONTI PIù STRANI DI VENEZIA

Nessuna città al mondo sarà mai completamente visitabile, conoscibile, svelabile fino in fondo. Ma ognuno di noi pụ catturare il più possibile l’essenza di una città; qualcosa che ci rimanga dentro a dispetto del tempo che ci trascorriamo. E non qualcosa di effimero: qualcosa capace di rigenerarsi, nutrirsi e crescere a ogni nuova visita, a ogni nuova fotografia carpita su internet o su una rivista, a ogni nuovo e diverso contatto.
Ecco che “I luoghi e i racconti più strani di Venezia” diventa un viaggio interiore fatto di riferimenti esteriori; un percorso di continua scoperta destinato a lasciare un segno nella memoria, in primo luogo, ma soprattutto nella memoria delle emozioni. Non solo tramonti languidi e monumenti mozzafiato: ma anche e soprattutto storie di uomini e di donne che quel luogo – nel nostro caso Venezia – hanno reso vivo e unico nella storia, in ogni epoca la città abbia avuto la ventura di attraversare.
Il libro racconta di come una intera flotta attraverṣ i boschi del Garda, di un papa eletto sull’isola di San Giorgio, di quando i vetrai muranesi furono attaccati dagli indiani, di una strana congiura e di mille altre vicende che vale la pena di conoscere, se si vuole entrare più profondamente nello spirito millenario e unico della città.

Misteri di Venezia. Sette notti tra storia e mito. Leggende, fantasmi, enigmi e curiosità.

Misteri di Venezia. Sette notti tra storia e mito. Leggende, fantasmi, enigmi e curiosità.

«Ecco perché se dovessi rinascere un’altra volta – nonostante come emiliano romagnolo mi sia trovato molto bene anche da questo punto di vista- sceglierei Venezia.
Perché ho un cuore da “giallista” amante dei misteri, e se avete scelto di leggere questo libro sapete tutti cosa intendo dire.»
Carlo Lucarelli

(tratto dalla PREFAZIONE A MISTERI DI VENEZIA)

“E’ raro trovare in una guida un così perfetto connubio tra materiale di ricerca e stile letterario. E qui ci si supera: 109 racconti, 21 mappe, 49 foto (in bianco e nero), 23 illustrazioni e una leggerezza narrativa che porta il lettore nel cuore della serenissima, intrecciando la leggenda della tradizione orale alla storia”

(Paola Santoro, La Repubblica Viaggi, 29 febbraio 2012)

Un viaggio in sette notti – ma pienamente godibile anche di giorno – alla scoperta di una Venezia diversa, segreta e misteriosa, fatta di segni levigati dal tempo, ma ancora riconoscibili e tutti da scoprire. Sette percorsi tra storia e mito, in cui leggende e curiosità, fatti insoliti e aneddoti divertenti, si materializzano nei luoghi in cui ebbero vita; ed ecco che fantasmi e demoni, dogi e cortigiane, personaggi storici e creature leggendarie, ricompaiono là dove il reale e l’immaginario si intrecciano nella storia dei luoghi.

Meglio se di notte perché, passeggiando nel silenzio, diventa più bello riprendere possesso della città e scoprire, magari dietro a una finestra o nel buio di un sotoportego, i protagonisti di quelle storie che sono ancora là, pronti a raccontarci di loro; oppure ritrovare, scolpiti nelle pietre, forme e messaggi testimoni di antiche vicende.

“Misteri di Venezia” è un modo diverso, avvincente e suggestivo, di visitare la città, di conoscerne la storia più intima e segreta – attinta alla Storia ufficiale (quella meno nota) e alla tradizione orale – con cui il lettore/viaggiatore vive un’esperienza unica e indimenticabile.

“Misteri di Venezia” propone le storie più belle raccolte negli anni dall’autore, riscritte e organizzate in itinerari, che costituiscono una sorta di “the Best of”; il tutto arricchito da nuove entusiasmanti (e antichissime) storie inedite, come quella del “Morto che si uccise per amore”, che attraverso la vicenda del pittore Pietro Luzzo racconta uno spaccato di vita cinquecentesca e tenta di dare un significato al nome del “Casin dei Spiriti”; oppure quella del Golem di Venezia, un essere artificiale di cera creato da una maga per far innamorare una ragazza riottosa, che però poi acquista una sua autonomia e tenta di trascinarla all’inferno…

E ancora, le mille Venezie disseminate nel globo; la “Nobiltà Nera” veneziana che da secoli deciderebbe i destini del mondo dalla quale discenderebbero tutte le case reali d’Europa; la vicenda del gondoliere che – travestito da prete – cercò di redimere alcune meretrici e quella di Goethe, che assoldava i gondolieri per farsi declamare le odi del Tasso e dell’Ariosto. Infine, negli anni ’20, un intero plotone di soldati sparò per ore in un canale: l’ordine era uccidere il mostro di Punta della Dogana… ma non riuscirono nel loro intento.

“Misteri di Venezia” è poi il primo libro del suo genere arricchito dalla novità del Codice QR (che rimanda a contenuti multimediali grazie alla lettura ottica), che permette attraverso dei video di vivere alcune delle storie narrate nei luoghi dall’autore; una maniera di sposare la tecnologia più moderna all’antica dimensione del racconto. “Misteri di Venezia”, assieme a “Misteri di Roma”, inaugura una nuova collana dedicata alla storia segreta delle città più preziose d’Italia. Inoltre, il volume è impreziosito da una veste grafica particolarmente ricercata, da diverse mappe dei percorsi, da una serie di fotografie in bianco e nero e da varie illustrazioni, il tutto nato dalla creatività di Alessandro Toso Fei.

Il primo booktrailer navigabile a 360° mai realizzato prima è quello per “Misteri di Venezia”. Nello spettacolare video tridimensionale navigabile a 360 gradi, realizzato da un gruppo di progettisti del digitale, Officine Panottiche e Nuovostudiofactory, l’autore Alberto Toso Fei racconta una storia trovandosi simultaneamente in più punti prospettici di quella che è definita “la strada più bella del mondo”: il Canal Grande. Dalle sue acque, ancora oggi – narra la leggenda – emerge l’annegato Fosco Loredan, tenendo la testa della moglie fra le mani…

Misteri di Roma. Sette notti tra storia e mito. Leggende, fantasmi, enigmi e curiosità.

Misteri di Roma. Sette notti tra storia e mito. Leggende, fantasmi, enigmi e curiosità.

“C’è ancora qualcosa che non sia stato scritto, narrato, cantato, intorno a Roma? C’è ancora qualche angolo remoto da scoprire? Guarda, Alberto, che dai grandi satiri del I secolo a Gadda e Pasolini, per non dire di Fellini, sono stati (quasi) sempre gli immigrati di lusso a raccontarci la capitale. Ti stai cacciando in un’impresa pericolosa. Però, vediamo che sai fare, venexian! Ho letto, quindi. Prima con curiosità, poi con crescente trasporto. Non solo c’è ancora tanto da scoprire e da raccontare, ma ciò che conta, è il come lo si racconta. Ecco, Alberto ha trovato una chiave, nello stesso tempo, scorrevole e seducente: individuare degli itinerari, come si usa fare nelle guide turistiche, e trasformarli, in altrettante occasioni per esplorazioni nell’anima profonda della città eterna.”

Giancarlo De Cataldo

(tratto dalla PREFAZIONE A MISTERI DI ROMA)


Un viaggio in sette notti – ma pienamente godibile anche di giorno – alla scoperta di una Roma diversa, segreta e misteriosa, fatta di segni levigati dal tempo, ma ancora riconoscibili e tutti da conoscere. Sette percorsi fatti di storie legate ai luoghi, in una sorta di “trama narrativa” che attraversa i secoli incastonandosi tra le pietre della città dove storia e mito, leggende e curiosità, fatti insoliti e aneddoti divertenti si materializzano agli occhi del lettore/viaggiatore.

Sarà così facile scoprire che a Roma le statue parlano, si muovono, scoccano frecce e proteggono tesori; oppure che sotto i Fori vive un feroce drago diventato l’emblema di un intero Rione; accanto alle celebri signore fantasma della capitale (come Berenice, la Cenci, Donna Olimpia e la De Cupis) ci si potrà imbattere in altri spettri più “discreti” come quello della monaca di via della Dataria o del frate di Montecitorio, che prenderebbe a schiaffoni chiunque dica le parolacce; oppure nel senatore romano che comparve una sola volta nei sotterranei del Campidoglio, e riconoscere – impresse sulle pietre di mezza città – le straordinarie ‘battaglie’ architettoniche tra Bernini e Borromini, avvenute senza esclusione di colpi. L’altare di San Pietro, cuore della cristianità, è sormontato da un baldacchino che racconta, come in un film, il parto di una donna. Quando fu costruito, furono violate alcune tombe su cui vigeva una maledizione: molte delle persone incaricate dei lavori morirono nel volgere di pochi giorni… In un vicolo di Roma c’è la roccia sulla quale il paladino Orlando, morente, avrebbe inutilmente cercato di spezzare la sua spada invincibile; un papa, dopo morto, fu tenuto per giorni in uno sgabuzzino perché nessuno lo voleva seppellire; un altro, riesumato, fu processato e condannato. Ma si potranno conoscere anche i passaggi segreti della città, gli amori di Goethe con la figlia di un oste e di Raffaello con la sua Fornarina, così come sorprendersi nel trovarsi al cospetto di una Chiesa che era destinata alle cortigiane

Ed ecco che fantasmi e popolane, imperatori e papi, statue parlanti e creature leggendarie, ricompaiono là dove il reale e l’immaginario si intrecciano nella storia dei luoghi. Sono dunque le storie che creano l’itinerario: sono i personaggi, i misteri, le vicende antiche e moderne, che ammiccano da un luogo all’altro, e sembrano dire “Vieni, ascolta, questa storia ti piacerà”. Una scoperta che è più bello fare di notte perché, passeggiando nel silenzio, diventa più emozionante riprendere possesso della città e ritrovare, scolpiti nelle pietre, forme e messaggi testimoni di antiche vicende.

“Misteri di Roma” è dunque un modo diverso, avvincente e suggestivo, di visitare la città, di apprezzarne la storia più intima e segreta – attinta alla Storia ufficiale meno nota e alla tradizione orale – vivendo un’esperienza unica.

“Misteri di Roma” è poi il primo libro del suo genere arricchito dalla novità del Codice QR (che rimanda a contenuti multimediali grazie alla lettura ottica), che permette attraverso dei video di vivere alcune delle storie narrate nei luoghi dall’autore; una maniera di sposare la tecnologia più moderna all’antica dimensione del racconto. Con i “Misteri di Venezia” – dello stesso autore – inaugura una nuova collana dedicata alla storia segreta delle città più preziose d’Italia.

Inoltre, il volume è impreziosito da una veste grafica particolarmente ricercata, da diverse mappe dei percorsi, da una serie di fotografie in bianco e nero e da varie illustrazioni, il tutto nato dalla creatività di Alessandro Toso Fei.

I segreti del Canal Grande. Misteri, aneddoti, curiosità sulla più bella strada del mondo.

I segreti del Canal Grande. Misteri, aneddoti, curiosità sulla più bella strada del mondo.

Oltre le finestre dei palazzi sul Canal Grande, i più prestigiosi e importanti di Venezia, si nascondono le leggende, i misteri, le curiosità, gli intrighi e le passioni della Serenissima. Nelle loro stanze si è snodata, nei secoli, la storia millenaria della Repubblica. Dai loro balconi si sono affacciate le cortigiane più belle, i poeti più acclamati, i governanti più astuti, gli ospiti più prestigiosi, che hanno reso leggendaria la città lagunare.

“I segreti del Canal Grande” – pubblicato da Studio LT2 – racconta tutto questo “navigando” nella storia: è infatti percorrendo le rive della “strada più bella del mondo”, così come la definì l’ambasciatore di Francia Philippe de Commynes oltre cinque secoli fa – in un doppio viaggio De Citra e De Ultra, ovvero su un lato o sull’altro della città – che è possibile rivivere la storia della Serenissima attraverso le sue vicende, i suoi segreti o i semplici aneddoti, lasciandosi incantare dalle voci del passato: un percorso alla scoperta degli aspetti sconosciuti, curiosi e leggendari della Repubblica che, attraverso una lettura coinvolgente, fa conoscere un po’ di più Venezia con la sua storia straordinaria che prese piede tra le isole della laguna.

Centinaia di personaggi che attraverso le storie, palazzo dopo palazzo, finestra dopo finestra, si mettono in mostra per ricordarci quale straordinaria vetrina affacciata sulla Storia sia stata questa via d’acqua senza eguali: Gabriele d’Annunzio che semicieco vi scrisse il “Notturno”, Dante Alighieri che si mise a conversare con un pesce davanti al doge Soranzo, Antonio Canova che vi scolpì le sue prime opere, Lord Byron che vi nuotava abitualmente, Eleonora Duse che solo qua trovava pace, Giacomo Casanova che vi tenne il suo primo sermone da abate prima di dedicarsi ad “altro”, Papa Alessandro III che vi lavorò come sguattero, Francesco Morosini che con le sue conquiste ridonò nuova gloria alla Repubblica, Rodolfo Valentino che vi salvò dalle acque una ereditiera, e poi Napoleone Bonaparte, Pietro Aretino, Peggy Guggenheim, Giordano Bruno, in una incredibile rassegna unita dallo scorrere secolare delle acque della strada maestra di Venezia.
Ma accanto alla Storia non poteva mancare la leggenda, in gran parte legata alla tradizione orale: anche il Canal Grande lungo le sue rive è dunque dimora di fantasmi spaventosi o gentili, di diavoli e streghe, di mostri marini e coccodrilli di pietra…

Infine, il libro non narra solo di personaggi illustri o leggendari, ma anche dei magnifici edifici che sono loro stessi portatori di storie curiose e straordinarie e che, a dispetto del tempo, sono ancora qui a raccontarci le loro vicende: come quella del palazzo tagliato a metà e di quello mai finito di costruire; dell’edificio che con le sue statue scolpite racconta un dramma familiare e dei graffiti che parlano di tempi antichi di peste; della maestosità di Ca’ Balbi, costruita per dispetto e della leziosità della “casa di Desdemona”, del palazzo maledetto e della cupola senza chiesa; del ponte di Rialto e di quello della Costituzione.

Con la sua doppia copertina “I segreti del Canal Grande” è un libro double face, che si può capovolgere da una parte e dall’altra: leggendolo nei due versi si esplorano infatti – in una sorta di “andata e ritorno” – le due rive del canale, rendolo un oggetto unico e divertente. Il volume si correda da una elaborazione grafica di ogni palazzo del Canal Grande, e può dunque essere letto anche come una guida. Infine il libro è arricchito dalle fotografie in bianco e nero scattate dal fotografo Gianni Canton.

Ecco dei passaggi tratti dal volume:

La scoperta dell’America… fatta dai veneziani

Ca’ Da Mosto è uno dei palazzi più caratteristici del Canal Grande, per la sua origine veneto-bizantina dell’XI-XII secolo che lo rende probabilmente l’edificio più antico che si affacci sulla via maestra di Venezia. Il palazzo è stato dimora dei Da Mosto prima di divenire – tra Cinque e Settecento, quell’albergo “del Leon Bianco” dove presero alloggio fra gli altri l’imperatore Giuseppe II e il granduca Paolo Petrovic, figlio di Caterina di Russia, con la moglie Maria Feodorowna.

Tra le sue mura nacque uno dei più famosi navigatori veneziani, Alvise Da Mosto, che seguendo la sua sete d’esplorazione nella metà del Quattrocento percorse tra i primi le regioni dei fiumi Senegal e Gambia per conto della corona portoghese, allo scopo di stabilire scambi commerciali con gli indigeni e di individuare le fonti dell’oro che gli europei erano soliti comprare nei porti africani del Mediterraneo. Nel 1456 scoprì le isole di Capo Verde.

E se qualche anno prima un altro navigatore veneziano, Pietro Querini, importò il baccalà dopo un fortunoso naufragio in Norvegia, verso la fine di quel secolo Giovanni e Sebastiano Caboto, padre e figlio, percorsero le coste del Nord America mettendo piede a Terranova e spingendosi fino al Labrador, navigando di fatto per primi le coste del Canada, e costeggiando la Groenlandia meridionale. Lo fecero per conto degli inglesi.

E non è tutto, in fatto di veneziani viaggiatori e scopritori, perché in realtà l’America pare sia stata scoperta da Antonio e Nicola Zen, che nel 1398 salparono da Orkney, in Gran Bretagna, al comando di dodici vascelli del principe Enrico di Sinclair. Navigarono per le isole Faroer, l’Islanda e la Groenlandia fino alla Nuova Scozia e la Nuova Inghilterra. Di questo viaggio tracciarono un resoconto, novantaquattro anni prima che Cristoforo Colombo effettuasse il suo epico viaggio. Il ritrovamento di un cannone veneziano al largo di Terranova, avvenuto pochi anni fa, sembra confermare il racconto che all’epoca lasciarono gli Zen.

Ma dove trovava il tempo per scrivere?
Il doppio palazzo del XVI secolo che si trova tra Ca’ Mocenigo Nuova e quella Vecchia, ebbe nel 1818 in George Gordon – Lord Byron – il suo più celebre inquilino, che vi si trasferì, come scrisse Percy Shelley, con quattordici domestici, due scimmie, cinque gatti, otto cani, una cornacchia, uno sparviero, due pappagalli e una volpe. “E tutta la masnada – annotò Shelley – va in giro negli appartamenti come se ognuno fosse il padrone”. Sulla sua permanenza in città sono entrate oramai nella leggenda le selvagge galoppate al Lido, le lezioni di armeno al monastero dell’isola di San Lazzaro e le estenuanti nuotate in Canal Grande, tentativi coi quali il Lord tentò di sconfiggere la sua perenne – e romantica – malinconia. Tra queste mura Byron scrisse l’inizio del Don Giovanni, che senza dubbio trova ispirazione dalle sue avventure personali, sulle quali era già difficile allora scindere la verità dalla leggenda.

A Venezia si diceva che a Palazzo Mocenigo vi fossero due entrate: una per le ragazze di Castello, l’altra per quelle di Cannaregio. Lo stesso scrittore – in più lettere – fa un impressionante (e probabilmente incompleto) elenco delle sue amanti: ecco emergere così il nome della cantante Arpalice Tarruscelli, “la più graziosa baccante del mondo”; la nobildonna Da Mosta, della quale Byron diceva che gli aveva dato l’unica gonorrea per la quale non avesse dovuto pagare. Ma anche una Lotti, una Spineda, una Rizzato, e poi “l’Eleonora, la Carlotta, la Giulietta, l’Alvisi, la Zambieri, l’Eleonora Da Bezzi, che è stata l’amante, o almeno una delle amanti del re di Napoli Gioacchino”. L’elenco continua con “La Teresina di Mazzurati, la Glottenheimer e sua sorella, la Teresina e sua madre, la Fornaretta (Margarita Cogni, vera regina dell’harem dell’inglese), la Santa, la Caligari, la Portiera, la Bolognese figurante, la Tentora e sua sorella, e molte altre. Alcune di loro sono contesse – scriveva Byron – e altre mogli di ciabattini, alcune nobili, alcune borghesi, alcune di basso ceto, alcune splendide, alcune discrete, altre di poco conto, e tutte puttane”.

Forse non tutti sanno che a Venezia… Curiosità, storie inedite, misteri, aneddoti storici e luoghi sconosciuti della città più famosa d’Italia

Forse non tutti sanno che a Venezia… Curiosità, storie inedite, misteri, aneddoti storici e luoghi sconosciuti della città più famosa d’Italia

Cosa può rimanere da raccontare, ancora, di una delle città più letterariamente esplorate del pianeta? Una delle più rivelate, fotografate, riprodotte, pubblicate. Una città sulla quale esistono anche dei libri che parlano esclusivamente dei battenti delle porte? Apparentemente, nulla. Apparentemente.

Perché in realtà Venezia sembra essere stata costruita per stupire. Ogni sua pietra nasconde una storia; dietro a ogni angolo si cela una sorpresa che aspetta solo di essere scoperta. Ma non è solo questo: sembra quasi che la città, nella sua voglia di farsi scoprire, e scoprire, e scoprire ancora, abbia anche una voglia costante di non deludere, di appagare i visitatori curiosi; di ammaliarli facendogli intuire ciò che si nasconde oltre i veli della bellezza di cui è portatrice per catturarli per sempre, farli suoi nel suo donarsi.

Forse non tutti sanno che a Venezia… si propone di esplorare quegli aspetti inconsueti, nascosti, inediti e curiosi di una città della quale si ritiene di conoscere già molto, se non tutto. Scopriremo così che oggi Venezia potrebbe essere a Costantinopoli; che diverse parole di uso comune in Italia e nel mondo sono nate tra le sue calli; che vi fu girata la prima sequenza cinematografica in movimento della storia e che fu protagonista di mille primogeniture: il primo copyright, il primo Ghetto, il primo casinò, il primo libro tascabile, la prima donna laureata, il primo bombardamento aereo mai avvenuto…

Scopriremo che forse i primi a sbarcare in America furono due veneziani e che Stalin fece il campanaro in laguna; che Giacomo Casanova si sarebbe dovuto fare prete e che Buffalo Bill fece un giro in gondola assieme agli indiani. La Venezia che ne emerge è fresca, divertente, inconsueta; molti degli aspetti descritti nel volume vi faranno esclamare: “ma dai!”. D’altronde, se non fosse così amata, non continueremmo a scrivere e a leggere di Lei.

Un giorno a Venezia con i dogi. In giro per la serenissima accompagnati dagli uomini che la resero grande.

Un giorno a Venezia con i dogi. In giro per la serenissima accompagnati dagli uomini che la resero grande.

Che il doge di Venezia, dal momento della sua nomina a quello della sua morte (la massima carica dello Stato veneziano era anche l’unica che durava tutta la vita), risiedesse a Palazzo Ducale non è certo un segreto, e ancora oggi la Casa veneziana del Potere per antonomasia mostra ai tanti visitatori le sale in cui il governo della Repubblica esercitava il suo influsso sul mare e sulla terraferma retrostante, ma anche gli appartamenti privati del doge, ormai svuotati delle loro funzioni ma percorribili all’interno dei percorsi museali.

Ciò che forse è meno noto è quali siano i luoghi che il doge – spesso accompagnato dalla dogaressa – visitava nel corso del suo mandato; quali celebrazioni esigevano la sua presenza, in quali posti della città e perché. Ma anche quali siano e dove si trovino, in giro per Venezia, le raffigurazioni dei dogi, generalmente occultate all’interno di altre opere per aggirare il divieto di avere una propria immagine esposta in un luogo pubblico, visto che la Serenissima non ammetteva il culto della personalità.

E poi, dove sono sepolti i dogi? Hanno davvero tutti delle tombe sontuose? E dove abitavano, prima di essere eletti? Facendo parte delle famiglie più facoltose della città, i loro palazzi sono ancora in buona parte visitabili, essendo divenuti uffici pubblici oppure alberghi in cui l’accesso è possibile e nei quali – talvolta – anche le atmosfere sono rimaste inalterate.

Da ultimo, anche le strade di Venezia recano la memoria viva delle tante famiglie che ne governarono i destini per più di un millennio. E se da questa mappatura tutta fisica, organica, palpabile, mancano i dogi appartenenti alle famiglie più antiche – i Candiano, i Partecipazio, i Tribuno, gli Anafesto, gli Ipato, i Flabanico, i Tradonico… le cui vestigia materiali sono perdute o poco visibili, fatta salva la teoria dei loro ritratti effettuata da domenico Tintoretto nella sala del maggior consiglio tra il e il – troveremo invece tra queste pagine i Contarini, i Mocenigo, i Correr, i Sagredo, i Marcello, i Valier, i Venier e molti altri, che attraverso le pietre, i dipinti, le dimore rimaste hanno ancora molto da raccontare di una Venezia che ne porta impresse le tracce.

Misteri del Veneto. Alla scoperta di luoghi segreti, leggende, fantasmi e curiosità.

Misteri del Veneto. Alla scoperta di luoghi segreti, leggende, fantasmi e curiosità.

Fate e streghe, anguàne e mazzariòli, orchi e salbanèlli, i leggendari folletti dispettosi che intrecciano le criniere dei cavalli durante la notte; e poi leggende di santi e di mostri, storie arcane di fantasmi e di omicidi, luoghi misteriosi e da scoprire. Vicende amorose belle e drammatiche al punto da divenire oggetto di alcune opere di William Shakespeare, storie antiche e moderne, dolcissime o tragiche, frutto di oltre due millenni di trasmissione orale che diventano tradizione popolare.

Tutto ciò contenuto fra i meravigliosi confini del Veneto, dalle vette delle Dolomiti ai fondali lagunari, passando per castelli sontuosi, borghi medioevali, boschi inquietanti e antiche ville dalla bellezza mozzafiato, fino alle calli di Venezia nelle quali ogni segreto finisce per nascondersi, pronto per essere disvelato.

Un patrimonio immateriale dal valore incalcolabile, custodito in uno scrigno fatto di natura incontaminata e città d’arte senza eguali, che diventa un libro anche grazie a un festival unico in Italia: “Spettacoli di Mistero”, manifestazione diffusa nel tempo e nelle località, che da quasi un decennio punta alla riscoperta e alla valorizzazione dei luoghi e delle storie più belle.

Un patrimonio di narrazione e fascinazione che si unisce ai tesori artistici, culturali, enogastronomici del Veneto, e completa la composizione straordinariamente sfaccettata di uno dei territori più significativi del nostro paese, ricco di vicende e di primati di civiltà.

Il libro, suddiviso in sette capitoli, uno per ognuna delle province, diventa così una guida ai luoghi, ma nello stesso momento anche uno strumento di conoscenza indispensabile per quanti vogliano conoscere davvero a fondo o scoprire la plurimillenaria cultura veneta.

I tesori nascosti di Venezia

I tesori nascosti di Venezia

Luoghi segreti, bellezze nascoste, curiosità, oggetti ammantati di leggenda e una maniera alternativa di affrontare la storia, per guardare alla Serenissima e al suo mito con occhi diversi. Cento e uno tesori gelosamente conservati da Venezia come se la città intera fosse uno scrigno prezioso, disposto a schiudersi a chiunque abbia voglia di mettersi in gioco e di uscire dai circuiti tradizionali, visitando i luoghi più belli e significativi, e trovandosi al cospetto di tesori grandi e piccoli che da tempi antichissimi impregnano la storia della grande città dei Dogi.
Un viaggio a caccia di perle disseminate tra calli e campielli: il trono dell’apostolo Pietro, su cui si possono leggere i versetti del Corano; il primo Ghetto d’Europa, che cela le sue preziose sinagoghe dietro le anonime facciate delle abitazioni; la chiesa di San Giacomo di Rialto, la più piccola e antica di Venezia, e il campanile di San Marco che ha invece solamente cent’anni; il cuore di Antonio Canova conservato nella tomba che lui stesso aveva progettato per il grande Tiziano oppure l’osteria – ancora esistente – dove Giacomo Casanova ebbe una delle sue avventure più scabrose.
E ancora, avvenimenti epocali rimasti scolpiti su pale d’altare e opere d’arte di straordinaria levatura – come l’Uomo di Vitruvio, disegnato da Leonardo – che sono nascosti in un cassetto: tanti piccoli gioielli da scoprire muovendosi da un luogo all’altro, che consegnano al lettore una città inaspettata, non consueta, anche agli occhi di chi ci abita.
Cento e uno tesori nascosti per potersi stupire, e accorgersi che tanti luoghi attraversati ogni giorno, che stanno sotto gli occhi di tutti, a guardare bene nascondono bellezza, storia, curiosità e segreti divertenti da scoprire per chi abita in città come per il visitatore occasionale.

Shakespeare in Venice. Luoghi, personaggi e incanti di una città che va in scena.

Shakespeare in Venice. Luoghi, personaggi e incanti di una città che va in scena.

Il Mercante di Venezia e Otello furono ispirati da un reale viaggio a Venezia o Shakespeare immaginò la città a distanza per scrivere i suoi due capolavori veneziani? Anche se gli studiosi ritengono che egli non abbia mai messo piede in Italia, nel passeggiare per Venezia è forte la tentazione di credere il contrario. Perché i campi e le calli di Venezia raccontano molte storie e Shakespeare non sapeva resistere alle storie. E sono così tanti i luoghi, i monumenti maestosi e gli angoli nascosti che sembrano sussurrare “Shakespeare è stato qui”.

“Shakespeare in Venice” è stato scritto a quattro mani con Shaul Bassi, docente di lingua e letteratura inglese all’Università Ca’ Foscari di Venezia ed esperto shakespeariano. Il libro è stato costruito ponendo dei seri interrogativi sull’eventuale presenza storica del bardo tra le calli veneziane, cercandone le tracce in giro per la città. La conclusione è che, in fondo, non è così importante sapere con certezza se Shakespeare abbia mai messo piede nei territori della Serenissima, perché è talmente viva l’immagine che le sue opere ci restituiscono della Venezia del Rinascimento che ancora oggi è possibile ritrovarne le atmosfere e i luoghi che hanno ambientato i suoi capolavori.

Sono state selezionate così quaranta voci che rimandano direttamente al commediografo inglese, ricavate sempre da citazioni delle opere: luoghi, personaggi, vicende, situazioni – da San Marco a Rialto, unico posto nominato esplicitamente nelle opere veneziane di Shakespeare, dal carnevale al ghetto, istituito proprio all’inizio del Cinquecento, dalle figure dei condottieri più famosi ai dogi e agli studiosi dell’epoca – che lasciano intravedere una Venezia vista con gli occhi di Shylock e del Moro. Una sorta di Venezia “elisabettiana”, tutta da scoprire. Le fotografie sono di Gabriele Gomiero. Il libro è edito da Elzeviro.

Ecco una delle situazioni descritte nel volume:

Il Carnevale a Santo Stefano

Shylock
What, are there masques? Hear you me, Jessica,
Lock up my doors; and when you hear the drum
And the vile squealing of the wry-necked fife,
Clamber not you up to the casements then,
Nor thrust your head into the public street
To gaze on Christian fools with varnished faces,
But stop my house’s ears–I mean my casements.
Let not the sound of shallow fopp’ry enter
My sober house.

The Merchant of Venice
Act II, Scene 5

Cosa, ci saranno mascherate? Ascoltami, Jessica:
spranga le porte, e, quando sentirai il tamburo
e il vile pigolìo del pifferaio dal collo torto,
non arrampicarti alle finestre allora
e non sporgere la testa sulla strada
a guardare folli cristiani dalle facce dipinte;
ma chiudi le orecchie della mia casa, voglio dire le mie finestre;
che il suono della futile vanità non entri
nella mia casa austera.

Il mercante di Venezia
, Atto II Scena 5

Shakespeare era affascinato dai mascheramenti di ogni tipo. Moltissime delle sue trame drammatiche ruotano attorno a personaggi che celano o mutano la propria identità, come per esempio fa Porzia nel Mercante di Venezia quando si traveste da dotto esperto di legge per salvare Antonio, e non è un caso che uno dei libri preferiti dal poeta fosse Le metamorfosi di Ovidio. Come dubitare che se fosse stato a Venezia, Shakespeare sarebbe stato attratto dalla teatralità e festosità del Carnevale veneziano. A Venezia ci si poteva mascherare da ottobre fino a martedì grasso, anche se il culmine dei festeggiamenti era a partire da Santo Stefano, giorno nel quale terminava la “tregua” natalizia e con il “Liston delle Maschere” ci si avviava alle lunghe settimane finali. Il bisogno di mascherarsi, di abbandonarsi all’ebbrezza e al gioco è in realtà antichissimo, al punto che sull’origine del moderno carnevale si sprecano le ipotesi: c’è chi vorrebbe far risalire i festeggiamenti ai Saturnali romani, chi alle orge dionisiache, chi a perduti riti caldei.
Comunque sia, la maschera ha sempre assunto un significato rituale: era lo spogliarsi della propria identità pubblica per seguire con più libertà i propri istinti, in uno strano miscuglio di verità e illusione. Una sorta di abito magico che donava un potere nuovo e insperato a chiunque l’indossasse. Anche questa presunta onnipotenza, in realtà, era puramente illusoria: chiunque si mascherasse aveva l’impressione di non avere più vincoli e legami con la sua vita di sempre; ma in realtà non era proprio così, come fa acutamente notare Giustiniana Wynne de Rosenberg in una lettera indirizzata al fratello: “l’abito fu la maschera veneziana, che voi conoscete, e che può dirsi piuttosto un abito di convenzione che di decorazione. L’uso di quella non è men vantaggioso al popolo che alla nobiltà. Questa vi si nasconde per entro con preziosa libertà, gran parte dell’anno e il popolo crede, che la rassomiglianza dell’abito lo inalzi a rassomiglianza in certo modo al signore. Il saggio Governo ha conceduto privilegi alle maschere, e il dabben popolare, lusingato da questa ingegnosa comunanza, crede di non aver più nessuno al di sopra, quand’ha la maschera al volto”.

Tra i “listoni” famosi, in tempo di carnevale, vi era sicuramente quello di campo Santo Stefano, una passeggiata pubblica che si faceva sopra una lista di lastricato, posta nel mezzo del campo, che nel resto della sua estensione era ricoperto d’erba, come gli altri campi veneziani. Esiste ancor oggi una stampa di Giacomo Franco, che mostra “le maschere in Vinegia nel carnovale, […] le quali sogliono quasi tutte alle ore 23 ridursi in piazza di S. Stefano, e quivi passeggiando trattenersi fino a quasi due hore di notte”. Fu sempre in campo Santo Stefano che si tenne, il 22 febbraio 1802, l’ultima caccia dei tori di un carnevale veneziano. Era una sorta di corrida (ne avvenivano anche con gli orsi) che si teneva nel corso dei mesi finali, assieme alle più semplici “regatte” di carriole. Tutti i festeggiamenti in genere – in particolare quelli nobiliari privati – avevano sempre un’aura di grandissimo sfarzo. Tra le maschere era diffusissima la Bautta (formata dal tricorno, il velo che correva fin sulle spalle e la maschera vera e propria, detta “larva” o “volto bianco”), che consentiva soprattutto ai patrizi di muoversi senza essere riconosciuti. Una condizione che non sempre garantiva dei vantaggi, come appare da un episodio del 1548 in cui, dopo aver partecipato in compagnia di un vescovo e di un abate, a giostre e tornei proprio a Santo Stefano, il Duca di Ferrandina si recò a Murano per una festa. Celato dietro la sua maschera, fece un invito a una gentildonna locale, scatenando le ire di due nobili veneziani, tra cui Marco Giustinian. Ne nacque una rissa in cui Giustinian ferì mortalmente alla testa il duca, e quest’ultimo, per errore, sferrò una letale stoccata al proprio amico Fantino Diedo: entrambi morirono dopo pochi giorni.

Se Shylock deride le mascherate dei cristiani che consentiranno loro di portargli via la figlia Jessica, è anche vero che a breve avrebbe festeggiato il Purim, una forma di carnevale ebraico che celebra lo scampato sterminio degli ebrei per mano del malvagio ministro persiano Hamman, secondo la storia narrata nel Libro biblico di Ester. A Venezia abbiamo notizie precise su come Purim venisse celebrato nel Ghetto e siamo debitori allo storico Brian Pullan della storia di un giovane marinaio cristiano, Giorgio Moretto, accusato dall’Inquisizione di aver violato le proibizioni della Quaresima per essere andato a festeggiare insieme agli ebrei. Moretto si difese sostenendo che egli intendeva corteggiare una ragazza ebrea, Rachel, figlia di Isacco il Sordo, il quale, accortosi dell’insidia, fece sbarrare (“stropare”) “porte et balchoni”, come fa Shylock. La testimonianza di Moretto non fu creduta ed egli subì una lieve condanna. Ma, recidivo, ritornò a frequentare il Ghetto e alla fine gli fu comminata la pena del remo per tre anni. Come scrive Pullan: “Quest’umile Lorenzo non potè fuggire colla sua Jessica”.

Misteri della laguna e racconti di streghe. Guida ai luoghi arcani tra le isole di Venezia.

Misteri della laguna e racconti di streghe. Guida ai luoghi arcani tra le isole di Venezia.

Iosif Stalin fu uno degli ultimi campanari dell’isola di San Lazzaro degli Armeni, nel cuore della laguna di Venezia; un giovanissimo Rodolfo Valentino – studente all’istituto nautico della città – rubò un rimorchiatore la notte del Redentore, affondò una gondola e salvò una ereditiera inglese, ricevendo in cambio una settimana d’amore all’Hotel Excelsior del Lido; le ossa di Ida Dalzer, che diede un figlio a Benito Mussolini, riposano in una fossa comune sull’isola di San Clemente, oggi ex manicomio trasformato in albergo di lusso, dove il duce la fece rinchiudere. E questo solo per rimanere al Novecento.

La laguna di Venezia nasconde infatti decine e decine di storie e leggende, a volte arcane e misteriose, a volte decisamente curiose, altre volte semplicemente permeate dalla bellezza che solo l’incanto dell’estuario lagunare riesce a infondere alla parola. Ecco allora emergere dai bassi fondali (e dalle nebbie del tempo) storie di diavoli e di streghe, di anime dannate, di sirene che donano merletti come premio per un amore che non conosce tradimento. Storie di Santi e di comuni mortali, che vivono della magia che regna incontrastata tra le acque che videro i primi profughi scappare dalle orde dei barbari, le galee della Serenissima, le navi di Bisanzio e di tutto il mondo allora conosciuto.

“Misteri della laguna e Racconti di Streghe” è concepito attraverso due ideali percorsi lungo le isole della laguna a sud e a nord di Venezia, senza tralasciare però anche località come Chioggia, Treporti o Malcontenta, dove nell’omonima dimora palladiana farebbe le sue apparizioni una delle “dame bianche” più famose d’Italia: Isabella, il cui fantasma irrequieto di reclusa aleggia ancora tra le mura di villa Foscari. Un tragitto lungo i canali lagunari che si conclude con ampie sezioni dedicate alle fiabe, agli usi e alle tradizioni, alle storie di streghe e a curiosità.

Il libro, di circa duecento pagine, è corredato da una cinquantina di foto in bianco e nero di Manfredi Bellati, ed è edito da Elzeviro.

Ecco un paio di passaggi dal libro:

Bepi del Giasso, campanaro di San Lazzaro
Josif Vissarionovic Djugatchsvili era un 28enne georgiano dalla barba un po’ incolta, nel 1907. Nella Russia zarista non aveva vita facile, essendo un esponente di primo piano di quella frangia estremista del partito socialdemocratico russo i cui appartenenti erano comunemente conosciuti come bolscevichi. Fu infatti per scappare dalle grinfie della polizia politica zarista che quell’anno, di soppiatto, partì nascosto in una nave da carico che trasportava grano dal porto di Odessa ad Ancona, in Italia, dove sbarcò verso la fine di febbraio.

Ottenuta ospitalità dal folto gruppo di anarchici locali, riuscì a proporsi come portiere notturno all’hotel “Roma e Pace”, in cambio di vitto e alloggio. Chiuso e timido, per quanto gentile e sorridente, non riuscì però a trovarsi a suo agio con la clientela. Così, è nascosto nella sala macchine di un piroscafo di linea. che dopo pochi giorni sbarca a Venezia.

Anche in laguna Josif fu bene accolto dal mondo anarchico veneziano, che lo ribattezzò “compagno Bepi”, e poi “Bepi del Giasso”. Del ghiaccio, come a ricordarne il luogo di provenienza, non esattamente tropicale. Convintosi a rimanere, il “compagno Bepi” decise di sfruttare le frequentazioni avute nella natia Georgia con la comunità armena. Ne parlava la lingua e si presentò dunque ai padri mechitaristi di San Lazzaro chiedendo un’occupazione all’abate generale Ignazio Ghiurekian. Avendo studiato alla scuola ecclesiastica di Gori e nel seminario cristiano ortodosso di Teflis (da cui era stato espulso a causa delle sue simpatie politiche nel 1899), Josif sapeva servire messa con i riti latino e ortodosso, nonché suonare le campane con i rintocchi richiesti da entrambe le confessioni.

Padre Ghiurekian ne fu ben impressionato, e malgrado la notazione che Djugatchsvili aveva denti che “brillavano come quelli dei lupi”, decise di ospitarlo chiedendogli di suonare le campane del convento secondo il rito latino. Ma il compagno Bepi, chissà perché, s’intestardì a dare forti rintocchi buoni per un orecchio ortodosso, sollevando un certo scompiglio nella piccola isola. Alla fine, dopo aver sopportato per alcuni giorni – ed essendosi fino a quel momento limitato a qualche rabbuffo – il padre generale lo mise di fronte a una scelta: se desiderava rimanere, doveva accettare le norme della congregazione che gli stava dando ospitalità, e chiedere di l’ammissione alla comunità come novizio.

Non era cosa per lui. Ripartì, raggiunse la Svizzera e, poco più tardi, tornò in Russia. Fece in tempo a vivere la rivoluzione. Per divenire, qualche anno dopo… Segretario generale del partito comunista e guida dell’Unione Sovietica, con il soprannome di “Piccolo Padre” e l’universale pseudonimo di “Stalin”. Josif Stalin.

Il merletto delle sirene
Nicolò era davvero un bel ragazzo, e a Burano più di qualcuna gli aveva messo da tempo gli occhi addosso. Era solamente un pescatore, d’accordo, ma a quale altro partito poteva aspirare una ragazza dell’isola?

E poi non era solo bello e prestante, ma aveva anche doti come gentilezza e una sorta di naturale lealtà nei confronti degli altri che lo rendevano gradevole e simpatico a tutti. Forse anche per questo nessuna se l’ebbe a male quando il giovane si fidanzò con Maria, che sembrava – caratterialmente – la sua copia al femminile: sempre a modo, mai una parola fuori posto, discreta, servizievole… e decisamente attraente. I due formavano insomma quella che si definisce una bella coppia, e dopo un giusto periodo di fidanzamento avevano già fissato la data del matrimonio.

Ma il lavoro non si poteva mica trascurare: a pochi giorni dalle nozze, Nicolò era in mare come sempre, ma invece di andare col fratello – come faceva di solito – aveva preferito uscire presto di casa e affrontare il mare da solo, così, tanto per stare un po’ a pensare. Aveva appena gettato le reti quando gli parve di sentire un suono, una specie di musica, molto lontana, ma anche molto dolce. Si fermò ad ascoltare: nulla. Poi, improvvisamente, il suono tornò in tutta la sua dirompente malìa: non era una musica, era un canto, tanto suadente da entrarti dentro e farti desiderare di non volerlo fare uscire mai più. Era come se non le orecchie e la mente, ma tutto il corpo, il cuore, il fegato, i polmoni, partecipassero a quel magico ascolto. Era come ascoltare col sangue: dentro le vene ribolliva, eppure scorreva placido, come se pulsasse di una nuova vitalità.

Poi le vide: erano due, no cinque, anzi… di più. Bellissime. Le donne più belle che Nicolò avesse mai visto. Un intero gruppo di sirene aveva circondato l’imbarcazione, e continuava a produrre quel canto che il giovane avrebbe voluto far risuonare dentro di sé in eterno. Non pronunciavano alcuna parola; non dicevano nulla. Ma il suono che usciva dalle loro bocche, assieme alla bellezza degli sguardi, era molto più di quanto un uomo potesse desiderare. Poi, prima come un sentimento indefinibile che scaturiva dal cuore, e poi come una precisa immagine che gli apparve agli occhi della mente, il pescatore ebbe dinanzi a sé la visione di un unico viso: quello della sua Maria.

Una visione che non lo abbandonò più, durante i lunghi minuti che seguirono; il canto era dentro di lui, ma più in profondità ancora c’era qualcosa che ne mitigava la forza, ne annullava l’irresistibile potenza: il suo amore per Maria. Alla fine le sirene tacquero, improvvisamente. In loro era chiarissimo ciò che era avvenuto, e altrettanto chiaro che avrebbero potuto continuare così un giorno intero, senza nemmeno poter scalfire l’animo del giovane. Avevano perduto la loro battaglia contro una ragazza terrena. Ma non per questo si persero d’animo. Una di loro, anzi, si avvicinò alla barchetta e iniziò a parlare con Nicolò: “E’ talmente raro imbattersi nel potere dell’amore – gli disse – che quasi avevamo dimenticato lo sguardo di chi prova un sentimento così coinvolgente. Tieni, ti lasciamo questo dono in segno di ringraziamento. Portalo alla tua bella, e se merita il tuo amore come pensiamo, saprà trarne profitto”.

Fu così che Nicolò si trovò tra le mani un magnifico ricamo, di una delicatezza mai vista, creato con la schiuma del mare. Le sirene erano scomparse: l’uomo si mise ai remi e veloce tornò a casa. Pochi giorni dopo il matrimonio fu celebrato, e davvero i due divennero una coppia felice. Maria, che pure credeva a tutto quello che Nicolò le raccontava, quella storia delle sirene non l’aveva completamente digerita… Però quel pizzo aveva davvero qualcosa di magico. Come tutte le mogli dei pescatori, anche lei con ago e filo ci sapeva fare, ma un conto era ricamare l’orlo di un lenzuolo, un altro era realizzare qualcosa della soavità del dono che il marito le aveva portato dal mare. La donna era comunque dotata di una buona dose di sana testardaggine, e alla fine con le sue piccole dita – prova e riprova – riuscì davvero a riprodurre quel capolavoro con ago e filo: nacque così il merletto buranello, arte antica che in breve divenne famosa in tutto il mondo.

Veneziaenigma. Tredici secoli di cronache, misteri, curiosità e straordinarie vicende tra storia e mito.

Veneziaenigma. Tredici secoli di cronache, misteri, curiosità e straordinarie vicende tra storia e mito.

“Veneziænigma” rappresenta un mosaico ricomposto nel tentativo di svelare, tassello dopo tassello, l’enigmatica essenza di Venezia scavando nel suo passato fin dagli albori di una storia lunga tredici secoli. Una storia densa di accadimenti, in bilico tra mito e realtà, della quale fornisce una mappatura completa e documentata, suddivisa in sei scenari: i Sestieri della città. Il lettore può così varcare la soglia delle apparenze addentrandosi in una Venezia diversa, “sottile” e misteriosa, fatta di segni levigati dal tempo, allegorie e codici arcani da decifrare. Cronache, usi e costumi, tradizioni, racconti popolari e leggende tramandate, divengono allora la chiave di lettura per scoprire verità sepolte, luoghi, fatti e personaggi affascinanti, protagonisti di straordinarie vicende che testimoniano gli antichi sfarzi e il potere che furono della “Dominante”. Una raccolta apparentemente disordinata di leggende e curiosità, di aneddoti e misteri, di storie lugubri e fatti divertenti. In una città lenta in un mondo velocissimo, tutti questi racconti correvano il serio rischio di sparire per sempre, inghiottiti dalla inevitabile fretta con cui si è abituati a vivere. Perché sono storie che venivano raccontate, e nessuno ha più il tempo (o la voglia) di raccontare storie, o di sentirsene raccontare.

Storie di dogi e cortigiane, di popolani e in qualche caso di animali, aspetti di una venezianità perduta (semplicemente sorpassata, da non rimpiangere) dei quali parlano le stesse pietre della città, se ci si ferma un solo istante in ascolto. Ecco allora le storie di sempre, già scritte altrove ma mai raccolte tutte assieme (e in ogni caso mai segnalate nei luoghi ove avvennero): quella del luganegher Biasio che faceva un delizioso intingolo con la carne dei bambini, del povero Fornaretto ucciso ingiustamente per un delitto commesso da un nobile; quella di un diavolo travestito da scimmia che un frate coraggioso fece uscire da un muro, che ne porta ancora i segni, o quella ancora di un bocciolo di rosa rosso sangue, il primo che un giovane regalò all’amata come pegno d’amore in una tradizione destinata a perpetuarsi.

E poi le altre storie mai scritte prima, di fantasmi di bambini in vecchi orfanotrofi, di luci notturne in Molini abbandonati laddove stava sepolto il corpo di una santa, di vampiri improvvisati che assalgono e mordono ragazze in pieno giorno, e i mille aneddoti di vita vissuta in una città straordinaria e unica, che meritavano di essere narrati anche solo per il luogo dove presero vita. I luoghi, appunto. Il fatto che Venezia sia essenzialmente la stessa città del Cinque, Sei, Sette e Ottocento (per non parlare dei secoli precedenti, tutti stratificati nei marmi e nei mattoni), consente di raccontare storie indicandone esattamente l’origine, quasi topografica. “Veneziaenigma” è un insieme di luoghi in cui prendono nuovamente vita, come per incanto, le creature che – se anche hanno perso la loro umanità corporea – riemergono fra le pagine per raccontare ancora il loro messaggio di speranza o di morte, di dolore o di gioia, in ogni caso così vivo, presente, vibrante, emozionante ancora oggi.

Il libro contiene decine di foto in bianco e nero di Gabriele Gomiero, vicentino-veneziano trapiantato nel trevigiano, che godono di una loro speciale autonomia tra le pagine: sguardi obliqui, inconsueti, inediti. Un linguaggio che non solo si somma a quello delle parole, ma vi si fonde con una armonia tra immagine e lettura difficile da raggiungere. È edito da Elzeviro.

Ecco due passaggi tratti dal volume:

La Rabbia di Lucrezia
F. aveva vent’anni, alla fine degli anni Quaranta del secolo passato, e quella sera si apprestava ad ascoltare un concerto di musica sinfonica alla radio, che aveva sul suo comodino, mentre comodamente stava disteso sul letto in camera sua, ricavata nella casa di famiglia della Giudecca in modo che si vedesse chiunque accedesse dal piano inferiore. Il giovane aveva schermato anche la luce del piccolo abat-jour sul comodino per potersi godere la musica in una gradevole penombra.

Dopo più di un’ora di concerto, verso mezzanotte, il ragazzo fu distolto da qualcosa di strano: sulla scala un globo luminoso saliva come avrebbe potuto fare una persona, fluttuando all’altezza della testa: una trentina di centimetri di diametro, la sfera appariva fluorescente e dotata di un alone, e vi si distingueva a malapena qualcosa. Salita la scala il globo si fermò. F. stava in silenzio, spaventato, cercando di capire cosa stesse accadendo.

Poi, improvvisamente, il globo si mosse velocemente e scartò verso il giovane, che terrorizzato realizzò come la massa fluorescente celasse un viso di donna dai tratti tirati, cattivi, minacciosi, che con rabbia avanzava verso di lui. F. ebbe solo il tempo di togliere il cartoncino col quale aveva schermato la lampada. La visione scomparve in un istante, ma lasciò in lui un tale stato di agitazione che – pur senza farne parola ai fratelli o alla madre – passò la notte sveglio, con la luce accesa.

Una quindicina d’anni dopo venne il tempo di un ritrovo familiare, per cena, a Natale. Alla fine, tra un discorso e l’altro, la serata volse su storie di streghe e spettri. Fu allora che F., ormai trentacinquenne, decise di raccontare ai parenti la sua strana avventura di tanti anni prima. Una delle sorelle, maggiore di lui di una decina d’anni, non poteva credere alle sue orecchie: “Anch’io ho visto la signora!”, esclamò. Il fatto era avvenuto quando la donna era quattordicenne, quindi sedici anni prima della visione del fratello, e la dama gli era apparsa fluorescente, ma tutta intera, in veste cinquecentesca. “Non ne ebbi paura – raccontò ancora la sorella – perché venne verso di me sorridendo; aveva un fare benevolo”.

Un fantasma che odia gli uomini e sorride alle donne, dunque. Chi può essere? Perché si comporta così? Chi abitò quella casa e cosa può essere accaduto alla dama luminosa? Domande che per anni F. portò con sé, fino al momento in cui decise di fare alcune ricerche: luoghi, tempi e vicenda portarono – e tutt’ora portano – diritti alla vicenda di Lucrezia Cappello.

Lucrezia aveva 36 anni, l’undici luglio 1602, quando – come raccontano le cronache criminali del Consiglio dei Dieci, nel loro palazzo di rio della Croce “Ser Zuanne Sanudo fo de ser Alvise, senza causa alcuna feriva con un pugnale nel proprio suo letto Donna Betta (Lucrezia) Cappello sua moglie, di cinque ferite per le quali subito morì”. Zuanne sta per Giovanni, il marito geloso all’inverosimile, che la sera prima aveva costretto la donna – con la violenza – a confessare adulteri mai avvenuti. I due avevano cinque figli, tre maschi e due femmine.

L’uomo fuggì e fu condannato in contumacia al bando e alla decapitazione, con un premio di duemila ducati per chi l’avesse catturato. Più volte Giovanni Sanudo implorerà la grazia, con la scusa di provvedere ai figli, diventati orfani per sua mano: “Quella poverina di mia moglie – scriveva ai Signori della Serenissima – terminò innocentemente la vita…” riconoscendo di essere stato accecato dalla gelosia. Ebbe dei salvacondotti, rinnovati di volta in volta, finché nel 1621, ottenuta una “carta di pace” dai Cappello, potè tornare definitivamente in città.

Sulla morte di Lucrezia il libro dei morti di Sant’Eufemia, parrocchia alla quale la donna apparteneva, riporta singolarmente una duplice versione del decesso: “amalata da dogia de cuor de cinque giorni e poi amazata”, riporta la prima, lasciando intendere un improbabile caso di pietosa eutanasia. Ma su queste parole sono state tirate delle righe frettolose, che cancellando una verità di comodo lasciano spazio alla seconda motivazione di morte: “…di molte ferite”.

Così Lucrezia Cappello torna a calcare scale e pavimenti della casa che fu sua, mostrandosi irata con gli uomini e benevola con le donne. Se la sua famiglia ha perdonato chi le tolse la vita, non così lei, che si dispera per esser stata strappata al mondo ancora nel fiore dell’età, e soprattutto senza una ragione ma solo per cieca, stupida gelosia. “La contrada la predica per una Santa”, scriverà nel raccontare il delitto il vescovo di Canea Domenico Bollani a Ser Vincenzo Dandolo.

Il Guardiano del Demonio
La storia che andiamo a narrare ora risale al 1552, ed è una delle più conosciute leggende veneziane. Il fatto avvenne in una casa allora di proprietà della famiglia Soranzo, e riguarda un grande bassorilievo rappresentante un angelo sulla facciata che guarda un canale a poca distanza da piazza San Marco. Tutta la zona è detta “dell’Angelo” proprio in relazione alla figura alata che benedice – con la mano destra – un globo che tiene con la sinistra. Poco sopra la testa dell’angelo, si può notare un piccolo foro: secondo i veneziani, quello è il motivo per cui la rappresentazione sacra è stata posta sul muro esterno dell’abitazione.

Abitava dunque nel 1552 in questa casa un avvocato, impiegato presso la Curia Ducale, che malgrado la sua sincera devozione alla Vergine Maria aveva accumulato molte ricchezze in maniera disonesta, e a scapito di tanta povera gente. Un giorno l’uomo ebbe l’occasione di avere a pranzo padre Matteo da Bascio, primo generale dei Cappuccini, persona in odore di santità, al quale – prima di sedere a tavola – volle far vedere una vera rarità: una scimmietta addomesticata, così intelligente al punto di servirlo anche nelle faccende domestiche.

Alla vista del frate, però, la scimmia scappò a rintanarsi sotto un letto, e non volle saperne di uscire da lì. Padre Matteo vide – per grazia divina – che sotto la pelliccia dell’animale si celava nientemeno che il demonio, e in tono imperioso le disse: “Io ti comando da parte di Dio di spiegarci chi tu sia, e per quale ragione ti trovi in questa casa”.

“Io sono il diavolo – rispose la scimmia, che improvvisamente iniziò a parlare – e sono qui per appropriarmi dell’anima di questo avvocato, che a causa della sua condotta mi appartiene”. “E perché – ribatté il frate – avendo tu tanta brama di quest’uomo, non l’hai ancora ucciso e portato con te all’inferno?”. “Per un solo motivo – disse il demonio -: perché prima di andare a letto egli ha sempre raccomandato l’anima a Dio e alla Madonna; se avesse dimenticato anche una sola volta le sue preghiere, sarebbe già da tempo con me, tra i tormenti eterni”.

Udito ciò, il cappuccino si affrettò a comandare al nemico di Dio di lasciare immediatamente quella casa, ma il diavolo si oppose, spiegando come dall’alto gli fosse stato dato il permesso di non partire da quel luogo senza aver prima causato comunque qualche danno.

“Allora vuol dire che un danno farai – gli intimò padre Matteo – ma sarà solo quello che ti ordinerò io. Farai un foro su questo muro, uscendo da qui, e il buco servirà a eterna testimonianza dell’accaduto”. Il diavolo poté solo obbedire, e il frate, avvicinatosi alla tavola imbandita per il pranzo, riprese l’avvocato sulla sua vita passata. Nel parlare, il cappuccino aveva preso in mano un lembo della tovaglia: “guarda – disse all’uomo strizzandone un lembo, e facendone uscire per miracolo molto sangue – questo è il sangue dei tanti poveri che tu hai angariato con i tuoi imbrogli e le tue estorsioni”.

L’avvocato pianse lacrime amare, e nel promettere di restituire il maltolto ai poveracci alle cui spalle si era arricchito, ringraziò il religioso per la grazia ricevuta. Un solo timore gli rimaneva: quel buco sulla parete, attraverso il quale Belzebù sarebbe potuto tornare così come se n’era uscito. Fu allora che padre Matteo gli indicò la soluzione: il buco andava difeso dall’immagine di un angelo, perché alla vista degli angeli santi fuggono gli angeli cattivi. Così, da quasi cinquecento anni, l’angelo di Ca’ Soranzo fa da guardiano al buco nel muro, perché il diavolo non abbia a tornare.

Leggende veneziane e storie di fantasmi. Guida ai luoghi misteriosi di Venezia.

Leggende veneziane e storie di fantasmi. Guida ai luoghi misteriosi di Venezia.

Un viaggio nella Venezia del fantastico, del tenebroso, del magico, passando attraverso una miriade di informazioni e curiosità veneziane forse troppo presto dimenticate. Questo e altro ancora è “Leggende veneziane e storie di fantasmi”: quaranta storie da brivido lungo le calli del centro storico, attraverso quattro itinerari per scoprire il volto più oscuro e affascinante di Venezia, avventurandosi tra calli, campielli e labirintici anfratti che in passato – un passato talvolta non così lontano – sono stati teatro di eventi inspiegabili, fatti di sangue, tremende maledizioni, macabre vendette e apparizioni misteriose.

Una guida insolita, che propone un modo nuovo di visitare la città, avvincente e suggestivo, giocato sul filo di una narrazione in cui spettri, demoni, perfide streghe, fate benevole, esseri malvagi e creature mostruose prendono vita là dove il reale e l’immaginario si intrecciano nella storia di Venezia attraverso il linguaggio del mito: dalla fata che donava bellezza alla sirena che una notte fu pescata; dallo scheletro del campanaro condannato a vagare per la sua cupidigia al fantasma triste della monaca per forza.

Tra un racconto e l’altro, cenni storici e di vita veneziana, per soddisfare gli interrogativi dei più curiosi. Nel volume, corredato dalle fotografie di Vito Vecellio e dalle mappe dei percorsi, i nomi di moltissimi tra i personaggi che hanno fatto la storia della Serenissima: dogi, guerrieri, filosofi, musicisti, scrittori, pittori… gli spiriti di alcuni di loro, come Enrico Dandolo, Giacomo Casanova, Giordano Bruno, Antonio Vivaldi, continuano ad aleggiare sulla laguna…

Edito da Arsenale nel 2000 e da Elzeviro nel 2002 (e ristampato molte volte) il libro ha 216 pagine. Con il suo formato ridotto, “Leggende veneziane e storie di fantasmi” ha le dimensioni del più classico dei tascabili. È entrato due volte nella classifica dei libri più venduti.

Ecco due passaggi tratti dal libro:

Il Mendicante e il Levantino
Una tragica ma bella storia di fantasmi è ambientata davanti alla Scuola di San Marco, oggi Ospedale Civile. È questa una delle sei storiche “Scuole Grandi” di Venezia; sorta nel 1260 con scopi religiosi ed umani, fu incendiata e quasi distrutta nel 1485. I lavori di ricostruzione durarono dieci anni, sotto la direzione di Mauro Codussi, e vennero integrati da un progetto di Jacopo Sansovino tra il 1533 e il 1546. Fu davanti allo storico portale che si consumarono le storie intrecciate del mendicante e del levantino.

Cesco Pizzigani era uno dei più valenti scalpellini veneziani dell’epoca. Partecipò alla realizzazione della facciata della Scuola di San Marco creando con le sue splendide mani alcuni dei preziosi giochi prospettici che la resero, già allora, famosa in tutta Europa. Pochi anni dopo, correva il 1501, una improvvisa malattia colse la giovane moglie dell’artista, Fiorinda. A nulla valsero le infinite cure con le quali amorevolmente Cesco cercò di salvarle la vita. Essa morì, lasciando nella miseria il marito che era arrivato a vendere la sua bottega pur di non lasciare nulla di intentato.

Completamente rovinato, e colto dall’insanabile sconforto per la perdita del suo amore, per qualche anno Cesco si ritrovò a mendicare sul portale della Scuola grande che egli stesso aveva contribuito a edificare. Di tanto in tanto, non visto, con un vecchio chiodo si divertiva a esercitare la sua vecchia arte ai lati del portone, incidendo i profili delle navi che ogni giorno caricavano e scaricavano le merci nei pressi.

Nello stesso periodo, nelle vicinanze, abitava una donna che aveva avuto un figlio da un levantino, un ebreo divenuto suddito turco che – come mercante internazionale – godeva dei diritti accordati agli stranieri residenti e risiedeva, come molti altri nelle sue condizioni, nell’isola della Giudecca.

Ora spesso il figlio – che viveva con il padre e come lui vestiva alla maniera turca – si recava a trovare la donna. Ma erano molte le volte in cui il giovane picchiava la madre con violenza, rendendola vittima del proprio conflitto interiore tra l’essere metà veneziano e metà levantino, e perciò male accetto da entrambe le comunità. La donna – che viveva sola e non si era mai sposata – sopportava di buon grado gli sfoghi violenti del figlio, amandolo più della sua stessa persona.

Ma una sera la situazione precipitò. In un accesso d’ira come non ne aveva mai avuti prima, il giovane accoltellò la propria madre e le strappò letteralmente il cuore dal petto. Accecato dall’ira e terrorizzato per il gesto compiuto, subito fuggì gettando il coltello, ma continuando a tenere il povero cuore straziato in una mano. Corse verso il ponte di fronte alla Scuola, ma nel salire il primo gradino incespicò e cadde, lasciando la presa dal povero organo straziato della madre. Il cuore ruzzolò a terra, si fermò, e da esso uscì una voce: “Figlio mio, ti sei fatto male?”.

Uscito di senno, il ragazzo corse fino alla laguna, di fronte al cimitero, e gettatosi tra i flutti si lasciò annegare. È ancora possibile sentire i suoi lugubri lamenti nel silenzio del campo, perché va cercando il cuore di sua madre per sentire il calore dell’amore nelle notti gelide d’inverno. E Cesco? Cesco dormiva sotto il portale, come ogni notte. Vide la scena e decise di immortalarla a modo suo, graffiandone l’immagine sul marmo. Oggi sul portale, assieme ai profili di nave, è ancora possibile vedere una figura umana con un grande turbante in testa, che regge in una mano un cuore umano. Un cuore di madre.

La Ragazza Che Non Venne Mai Sepolta

Tutto accadde la notte del 29 novembre 1904 nelle acque antistanti San Michele in Isola, il cimitero di Venezia, quando all’imbrunire Francesco Quintavalle, comandante del vaporetto “Pellestrina”, che dalle Fondamente Nove avrebbe dovuto recarsi a Burano, decise di partire malgrado la visibilità quasi nulla, a causa di una nebbia fittissima, su insistenza degli arsenalotti buranelli che dopo una lunga giornata di lavoro volevano tornarsene a tutti i costi a casa. Dietro di lui, lasciandogli dieci minuti di tempo per doppiare la punta di San Michele, si erano mosse le due gondole dei traghettanti Antonio Rosso “Frana” e Andeto Camozzo, piene di muranesi di ritorno da Venezia.

Le cronache narrano che una volta lasciato il cimitero, Quintavalle decide di invertire la rotta ed ordina l’“indietro adagio”. Ma le gondole sono proprio dietro a lui, ed il comandante se ne accorge solo quando è già troppo tardi. L’imbarcazione del Rosso viene spaccata a metà, e affonda con tutto il suo carico umano: quattro sono le persone issate subito sul vaporetto, ma degli altri cinque passeggeri – tutte donne – già si sono perse le tracce in pochi secondi. Le ricerche, malgrado la nebbia fittissima, partono subito e continuano per tutta la notte.

A qualche ora dall’incidente Maria Toso Bullo è avvistata dal vaporetto numero 6 aggrappata a una bricola, uno dei grossi pali che in laguna delimitano i canali. Portata di corsa a Murano, morirà qualche minuto più tardi. Anche i corpi senza vita di Lia Toso Borella e Amalia Padovan Vistosi vengono trovati il mattino successivo, all’interno della poppa della gondola, arenatasi in una secca. Nessuna traccia invece di Teresa Sandon e Giuseppina Gabriel Carmelo, ancora bambina, inghiottite dalle acque.

Nel settembre del 1905, a dieci mesi dalla tragica vicenda, Teresa Sandon appare in sogno a una sua sorella, ancora bambina: “Prega per me, per la mia anima – le dice – perché il mio corpo è ancora prigioniero, ma se tu preghi sarà liberato dai legami che lo tengono sul fondo del canale, e potrò riposare in terra benedetta”. Una decina di giorni dopo quel sogno impressionante, un corpo martoriato viene visto affiorare da due pescatori nel canale “della Bissa”, verso l’isola delle Vignole. Lo scapolare che ha al collo lo fa riconoscere. È il cadavere di Teresa Sandon.

La piccola Giuseppina Gabriel Carmelo non verrà mai ritrovata: le sue ossa riposano nel fondo della laguna, ma il suo spirito ha trovato pace in una piccola bara galleggiante, che si può vedere nelle notti di nebbia, illuminata da quattro ceri che vi ardono ai lati perché i traghettatori non abbiano a sbattervi contro.

LE STORIE DELLA QUERINI

LE STORIE DELLA QUERINI

“Le storie della Querini. 1869 – 2019” è un progetto editoriale inedito – concepito per il centocinquantenario della Querini Stampalia – che presenta in modo ironico e lieve la Fondazione attraverso dieci personaggi che per varie ragioni e in diversi ruoli sono stati parte dei suoi 150 anni. Ideato e curato da Giorgio Camuffo, è stato interamente scritto da Alberto Toso Fei e si è arricchito delle illustrazioni di Beatrice Borso, Marta Brevi, Anna Leoni, Veronica Martini, Alice Moretto, Anna Oberthaler, Mr Offu, Chiara Roverscala, Riccardo Volpe e Chiara Zilioli, studenti ed ex studenti della Faculty of Design and Art della Free University of Bozen-Bolzano. Un libro spiritoso e autoironico col quale la Querini mostra tutta la sua freschezza di ultracentenaria, reperibile al Bookshop della Fondazione.

Venezia The Ruyi. Un’avventura per scoprire Venezia: storie, enigmi e sms

Venezia The Ruyi. Un’avventura per scoprire Venezia: storie, enigmi e sms

“Venezia: The Ruyi” è una straordinaria caccia al tesoro che, attraverso calli e ponti, sfide e indizi, fa di Venezia un misterioso e affascinante campo di gioco. Si tratta di un libro le cui pagine sono tagliate e mescolate, e che non possono essere ricomposte senza dei codici di lettura. Questi vanno conquistati sciogliendo un enigma per volta, spostandosi da un luogo all’altro della città e contemporaneamente conoscendone i monumenti e la storia, in uno straordinario viaggio nella conoscenza e nel mistero effettuato giocando.

A guidare i passi di ogni lettore-giocatore, in questo straordinario miscuglio tra caccia al tesoro e gioco di ruolo, è un misterioso professore universitario, Carlo Dolfin (nella realtà un software abbastanza complesso), col quale è possibile dialogare attraverso il telefono cellulare, mandando e ricevendo dei messaggi sms per ricevere gli indizi e fornire le risposte allo scopo di conquistare la tappa successiva.

La storia dalla quale nascono libro e gioco è quantomeno conturbante: sul finire del Duecento Marco Polo torna dalla Cina con il leggendario scettro dell’imperatore cinese Quibilay Khan, il Ruyi, appunto. Dopo la sua morte, allo scoppiare di alcune gravi rivolte in tutta la Serenissima, la Repubblica veneziana occulta il magico oggetto nella tomba del viaggiatore. Oggi tomba e scettro sono scomparsi, ma il ritrovamento di un diario cifrato e l’interesse del Ruyi manifestato dagli Invincibili – una potente confraternita che da secoli è a caccia dello scettro – ne impone il ritrovamento prima che cada in mani sbagliate.

“Venezia: The Ruyi” è il capitolo iniziale di una saga che consegna a chi partecipa una città inaspettata, non consueta, anche agli occhi di chi ci vive: fuori dai circuiti tradizionali, attraverso il gioco si possono conoscere le leggende e i misteri che da tempi antichissimi impregnano la storia della grande città di mare, dal mito della fata triste a quello della colonna scomparsa; dalla storia del mortaio che fermò un’intera armata a quella della sultana veneziana. Un libro, infine, che è davvero adatto a tutte le età, e che può essere “giocato” a diversi livelli di difficoltà e con delle sfide a squadre.

Nato nel 2008 dalla collaborazione con la società Log607, “Venezia: The Ruyi” fa parte di una collana, Whaiwhai, che propone questa maniera straordinaria di viaggiare e conoscere le città. Nel 2009 il progetto ha vinto il Premio Nazionale per l’innovazione dei Servizi, per la categoria Turismo, direttamente dalle mani del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Lo stesso anno è stato ristampato e distribuito da Marsilio.

Ecco una delle pagine, “ricomposta” per l’occasione e privata degli indizi di gioco:

Tra Illuminismo e Alchimia: A Venezia le Scuole erano luoghi di ritrovo per le Confraternite di devozione ad un Santo, o Congregazioni di persone che svolgevano lo stesso mestiere, che si ritrovavano per pregare, ma anche allo scopo di prestarsi mutuo soccorso o avviare attività caritatevoli. Ve n’erano decine, sparse in tutta la città, ma solo sei avevano il diritto di essere chiamate “grandi”. La Scuola nuova della Misericordia, una delle Scuole Grandi veneziane, fu iniziata nel 1532 su progetto di Jacopo Sansovino, ma fu ultimata più di cinquant’anni dopo, con il completamento della sola parte interna in tempo per accogliere in pompa solenne il doge Nicolò Da Ponte, intervenuto a inaugurarla assieme ai notabili della Serenissima. Fu il primo luogo della città, assieme al continguo Palazzo Lezze, a venire depredato dai soldati francesi nel 1797. E si ritiene sia uno dei luoghi di Venezia storicamente legati alla massoneria, la cui finalità era “la costruzione dell’opera suprema del tempio ideale”. I “liberi muratori” facevano uso – per i loro scopi – anche di figure simboliche e forme ritualistiche favorite dall’apporto di alchimisti e di elementi religiosamente eterodossi. Sulla facciata laterale di palazzo Lezze, che forma l’angolo con la Scuola della Misericordia, compaiono all’altezza dei balconi dei bassorilievi davvero interessanti. Quello sul balcone in basso a sinistra ha una composizione di simboli alchemici davvero arcana; non da meno quello sulla destra, verso l’angolo, con due arpie ed uno strano personaggio nudo con una 0sorta di mantella che regge due fasci di ramaglia con le mani. Più sopra, altri due marmi completano il quadro.
Difficile dire se qui vi fosse o meno una loggia occulta: nella Serenissima è attestata l’esistenza delle prime logge nei primi decenni del XVIII secolo: nel 1729 Thomas Howard, duca di Norfolk e Gran Maestro della loggia di Londra, visitò Vicenza, Verona, Padova e Venezia. La sede, forse, ebbe allora il suo luogo deputato su di una nave alla fonda in Bacino San Marco. Di sicuro la cronaca tramanda l’esistenza della loggia di Palazzo Contarini, a Santa Croce, scoperta e smantellata il 6 maggio 1785.

Roma The Ruyi. Un’avventura per scoprire Roma: storie, enigmi e sms.

Roma The Ruyi. Un’avventura per scoprire Roma: storie, enigmi e sms.

Alla pari del Ruyi Venezia, anche “Roma: The Ruyi” è una straordinaria caccia al tesoro che, attraverso vicoli e piazze, sfide e indizi, fa della città eterna un misterioso e affascinante campo di gioco che consente di scoprire da protagonisti i luoghi più sconosciuti della città, con l’ausilio della tecnologia più semplice e diretta, fruibile da tutti: quella del telefono cellulare.

“Roma: The Ruyi” è il secondo capitolo di una saga che, partita da Venezia, permette di conoscere le leggende e i misteri che da tempi antichissimi impregnano la storia della grande città dei Cesari, dal mito della fondazione di Roma agli spettri di Donna Olimpia e Beatrice Cenci; dalle storie di Virgilio mago e della papessa Giovanna alle vicende di Giordano Bruno, Cagliostro, Raffaello, Michelangelo, Lucrezia Borgia, ognuna raccontata nei luoghi più significativi.

Il meccanismo è lo stesso utilizzato per ogni volume della collana Whaiwhai, ovvero un libro con le pagine tagliate e mescolate che vanno ricomposte sciogliendo degli enigmi disseminati in città, e dunque spostandosi da un luogo all’altro.

Se sul finire del Duecento Marco Polo torna dalla Cina a Venezia con il Ruyi, il leggendario scettro dell’imperatore cinese Qubilay Khan, e scopo del gioco è dunque ritrovarlo assieme alla tomba del viaggiatore veneziano, il capitolo romano parte dal ritrovamento di una lettera inedita di Benvenuto Cellini, con cui il celebre orafo lascia intendere che lo scettro sia giunto nella città dei papi sul finire del Quattrocento, per finire nelle mani di Rodrigo Borgia, e che abbia cambiato forma nel corso del sacco di Roma, per evitare di farlo cadere in mano a Carlo V e ai suoi lanzichenecchi.

Giocando si scopre che sotto l’Arco degli Argentari a San Giorgio al Velabro si trova un tesoro nascosto, e che la famosa Bocca della Verità non funziona più da quando è stata imbrogliata da una donna… il libro – pubblicato da Log607 nel 2008 – si può usare in qualunque momento della giorno e della notte, giocando da soli, in due, o in gruppo. Oppure sfidandosi a squadre. In un movimento di conoscenza e divertimento davvero nuovo e diverso. Nel 2009 il progetto ha vinto il Premio Nazionale per l’innovazione dei Servizi, per la categoria Turismo, direttamente dalle mani del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Lo stesso anno è stato ristampato e distribuito da Marsilio.

Ecco di seguito una pagina ricomposta e privata degli indizi di gioco:

L’innocenza Perduta Di Beatrice
Ponte Sant’Angelo u costruito nel 136 dopo Cristo come ponte Elio, e nessuna piena del Tevere lo ha mai danneggiato. Fin dall’epoca medievale fu la via più frequentata dai pellegrini diretti a San Pietro. L’ultimo abbellimento fu realizzato nel ‘600 con la sistemazione degli angeli disegnati da Bernini. Tra le curiosità si racconta come il ponte dovesse fregiarsi anche delle statue di due angeli scolpite direttamente da Bernini, ma che furono giudicate troppo belle da Clemente IX, che le destinò alla sua Pistoia e che finirono invece nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte dove, ancora oggi, ornano l’altare maggiore.
La leggenda nera che connota il ponte è senza dubbio quella che riguarda Beatrice Cenci, che vi fu giustiziata sedicenne nel 1599 e che ancora può essere vista, la notte dell’11 settembre – giorno dell’esecuzione – vagare con la sua testa fra le mani. Figlia di Francesco Cenci, visse un’esistenza perseguitata dalle attenzioni sessuali e dalle percosse del genitore, il cui temperamento violento e la condotta immorale avevano causato già il blando intervento della giustizia romana. Tutti erano a conoscenza delle spregevoli gesta dell’uomo, che aveva corrotto i giudici in occasione di tre processi subiti (fra cui uno per sodomia, all’epoca reato punito con la morte), scampando a ogni sanzione. La ragazza viveva nel palazzo di famiglia col fratello Giacomo, la seconda moglie di suo padre Lucrezia Petroni e il figlio che quest’ultima aveva avuto da Francesco, di nome Bernardo. Tutti erano oggetto delle violenze dell’uomo. La ragazza aveva inviato una lettera al Papa, in cui raccontava dettagliatamente le sevizie del genitore. Questo documento, però, sparì misteriosamente senza mai giungere nelle mani del destinatario e le costò il relegamento da parte del padre in una fortezza che la famiglia aveva in affitto a Petrella Salto, nel regno di Napoli, appena oltre i confini pontifici. Fu qui che i quattro Cenci progettarono di uccidere l’uomo.
Nel 1598, durante uno dei soggiorni di Francesco al castello, due vassalli – Marzio Floriani Catalano e Olimpio Calvetti, quest’ultimo si dice amante segreto della stessa Beatrice – aiutarono Beatrice e Lucrezia a drogare l’uomo e lo uccisero nel suo letto piantandogli due lunghi chiodi in un occhio e nella gola, gettando poi il cadavere in giardino per simulare una caduta accidentale da un balcone. Ma le cose non andarono come previsto, e le autorità giudiziarie si insospettirono. Un amico di famiglia, Monsignor Guerra, tentò di far uccidere i due valletti, ma Catalano si salvò, fu arrestato e confessò ogni cosa, morendo poi torturato a morte sotto gli occhi di Beatrice.
Da quel momento, gli eventi precipitarono: il sicario di Olimpio Calvetti fu catturato e rivelò l’intera trama, i Cenci vennero segregati a Castel Sant’Angelo e torturati fino a confessare. Solo Beatrice si ostinò al silenzio, malgrado le torture più feroci, finché fu convinta a parlare dai suoi familiari. Così la ragazza rispose all’interrogatorio del giudice: “[…] Quando io mi rifiutavo, lui mi riempiva di colpi. Mi diceva che quando un padre conosce… carnalmente la propria figlia, i bambini che nascono sono dei santi, e che tutti i santi più grandi sono nati in questo modo, cioè che il loro nonno è stato loro padre. […] A volte mi conduceva nel letto di mia madre, perché lei vedesse alla luce della lampada quello che mi faceva”.
Quando Clemente VIII sentenziò la pena capitale, tutta Roma si schierò dalla parte di Beatrice, ma il pontefice non volle sentire nessuna ragione, e decretò la morte per tutti i membri della famiglia, scampando solo Bernardo, ma condannandolo ad assistere al massacro. Il giorno dell’esecuzione, l’11 settembre 1599, su ponte Sant’Angelo Giacomo si vide strappare dei brani di carne da petto e schiena, con un ferro arroventato; fu poi ucciso a colpi di mazza e squartato davanti agli occhi del popolo accorso per vedere lo “spettacolo”.
La decapitazione di Lucrezia fu veloce: la donna fu fatta sedere cavalcioni al ceppo, chinata in avanti con la nuca scoperta, e decollata. Ma quando fu la volta di Beatrice, un palco costruito poco distante crollò, uccidendo molte persone. Questo rallentò l’esecuzione. Infine la giovane si sistemò sul patibolo di sua volontà: non voleva essere toccata dal boia. Poi calò il colpo, e tutto finì. Il carnefice raccolse il capo mozzo e lo mostrò al pubblico attonito. Non ebbe tempo di compiacersi del suo zelo: tredici giorni dopo morì tra gli incubi, oppresso dai sensi di colpa. Il suo aiutante fu accoltellato a morte due settimane più tardi.
Beatrice, nella sua confessione, disse una frase che alla luce degli avvenimenti susseguitisi nei secoli, sa quasi di preveggenza: “Nessun giudice potrà restituirmi l’anima. La mia unica colpa è di essere nata! […] Io sono come morta e la mia anima […] non riesce a liberarsi. […] Non voglio morire… Chi mi potrà garantire che laggiù non ritroverò mio padre!” E infatti la sua anima non si liberò mai, e ancora vaga disperatamente laddove il suo corpo trovò la morte in maniera così violenta. Per questo, ad ogni anniversario, lo spettro della ragazza si presenta puntuale su Ponte Sant’Angelo: tra le mani candide, la testa mozzata.

Bocciolo di rosa. Storie, misteri e canzoni per Venezia.

Bocciolo di rosa. Storie, misteri e canzoni per Venezia.

Il nuovo cd-book di Angela Milanese, Maurizio Nizzetto e Alberto Toso Fei in cui lingua e storie veneziane si vestono di jazz. In tutte le librerie, nei negozi di musica, su Amazon e iTunes.

La leggenda che dà origine alla tradizione del “bocolo” del 25 aprile, il mistero della “dona nera” che rapì il bambino a Piazzale Roma nel ‘47, il lavoro delle “Impiraresse”: sono queste alcune delle storie narrate in musica nel nuovo progetto musicale di Angela Milanese e Maurizio Nizzetto “Un bocciòlo di rosa” (Azzurra Music, 2015). Un cd-book nel quale parole e musica si intrecciano a dieci racconti dello scrittore Alberto Toso Fei, impegnato da anni nella narrazione dei misteri della Laguna e nella valorizzazione della venezianità. Una nuova sfida per la cantautrice veneziana Angela Milanese che insieme al contrabbassista Maurizio Nizzetto, suo compagno di vita e di musica, si cimenta per la prima volta nella scrittura di un brano originale in lingua veneziana: “La dona nera”.

Oltre a “La dona nera” nel cd compaiono anche brani originali scritti a quattro mani in italiano come “Un bocciòlo di rosa”, che narra la leggenda del “bocolo”, tradizione ancor oggi molto sentita dai veneziani. Il progetto prosegue quel percorso di rilettura delle melodie della tradizione veneziana iniziato nel precedente cd della Milanese “Peregrinazioni Lagunari” (Nota, 2009), nel quale la cantante interpretava antiche ninne nanne, serenate e filastrocche veneziane riproposte in chiave jazz. Rientrano nell’opera anche brani tradizionali riarrangiati come “E mi me ne so ‘ndao” e “Battipali”, un’interpretazione di Barche di carta dello “storico” cantautore veneziano Gualtero Bertelli e una rivisitazione raggae del tradizionale “Impiraresse vs Anguelanti” nel quale non poteva mancare il contributo di un’icona della moderna venezianità: sir Oliver Skardy.

Il mistero della donna vestita di nero

Il mistero della donna vestita di nero

5 luglio 1947: Giorgio Baldrocco, un neonato di soli trentatré giorni, viene rapito da una donna vestita di nero che lo sottrae al padre con l’inganno, mentre questi è impegnato nel suo banco di frutta di Piazzale Roma. Le indagini seguono diverse piste, tutte abbastanza confuse, e finiscono per approdare in un nulla di fatto. Nasce così, dall’imprevedibilità di un gesto fra i più sconvolgenti – il sottrarre un bimbo così piccolo alla sua famiglia – uno degli avvenimenti più carichi d’emozione del dopoguerra veneziano, che segnò profondamente quell’estate e i mesi successivi.

Ora questa vicenda viene interamente raccontata in un libro, “Il mistero della donna vestita di nero”, edito dalle edizioni della Libreria Toletta Studio LT2 per la collana “I Tolettini”, che lo scrittore Alberto Toso Fei ha dedicato all’avvenimento ricostruendone i particolari attraverso i documenti originali conservati dalla famiglia: giornali d’epoca, lettere di delazione o di solidarietà, offerte di ricerca con il pendolino, i documenti del piccolo Giorgio e della questura, fotografie e volantini lanciati dagli aerei di linea con una taglia offerta in cambio di notizie, alcune ricevute di una sottoscrizione organizzata dal “Gazzettino”.

Non solo. A distanza di pochi mesi dalla prima pubblicazione, è stata data alle stampe una nuova edizione con documenti inediti e rivelazioni (una lettera anonima giunta al “Gazzettino” dopo la presentazione, alcuni elementi raccolti dalla trasmissione televisiva di Rai Tre “Chi l’ha visto?”) che se da un lato fanno chiarezza su alcuni aspetti della vicenda, dall’altro contribuiscono all’infittirsi del mistero.

La sorella di Giorgio Baldrocco, Laura, contestualmente all’uscita del libro ha disposto la donazione di tutti i documenti all’Ateneo Veneto, quale fondo di memoria condivisa da mettere a disposizione della città. Quella di Giorgio Baldrocco fu una vicenda che tenne Venezia col fiato sospeso per molti mesi, e sulla quale non è ancora stata scritta la parola fine.

Un sacrificio di sangue

Un sacrificio di sangue

Un efferato delitto rituale nella Venezia tardo cinquecentesca.

8 marzo 1570: Prudenzia Folli, figlia di un marangon dell’Arsenale, viene uccisa a coltellate. Quattro fendenti sono inferti con violenza alla vagina. In città c’è chi afferma di poter costruire “navi inaffondabili”, e non nasconde di credere alla magia del sangue. I rapporti con i Turchi sono sempre più tesi: Cipro sta per essere assediata, la battaglia di Lepanto si avvicina, e tutto lascia intendere che quello che si consuma in campo Do Pozzi, a Castello, sia un sacrificio, da bagnare col sangue laddove prende origine la vita…

A partire dagli atti processuali, trascritti direttamente dalle carte conservate all’Archivio di Stato di Venezia, Alberto Toso Fei e la storica Lara Pavanetto offrono con “Un sacrificio di sangue” la cruda cronaca dei fatti, intessuta all’interno di una trama letteraria, assieme a una lettura esoterica di un delitto che finì per avere una vittima certa e nessun colpevole a pagare per uno degli omicidi più efferati di quel secolo.

Il volume inaugura una nuova collana della casa editrice Studio LT2, “i Tolettini”, in gran parte destinata ad accogliere racconti di storia curiosa o vicende – veneziane e non – ancora tutte da scoprire.

Accadde a Pechino. Quattordici scrittori per una capitale.

Accadde a Pechino. Quattordici scrittori per una capitale.

Si intitola “Accadde a Pechino” il libro edito nel 2010 dall’Istituto italiano di Cultura della capitale asiatica, a seguito del Convegno internazionale tra scrittori italiani e cinesi di Giallo, Noir e Mistero tenutosi a Pechino e Tianjin nell’ottobre del 2009, e protrattosi poi per alcuni autori a Dalian, Xian, Shanghai, Chongqing e Canton.

Per la prima volta in Cina, quindici fra i maggiori scrittori italiani e cinesi di noir si sono incontrati e hanno confrontato le loro esperienze, su iniziativa dell’Istituto Italiano di Cultura di Pechino e con la collaborazione di Alessandro Vaccari, intervenendo inoltre a una serie di tavole rotonde e conferenze in diverse università.

Da questa esperienza è nato un doppio volume, pubblicato in italiano e cinese (con due distinte copertine “ribaltabili”), che contiene racconti inediti di Piero Colaprico, Danila Comastri Montanari, Giancarlo De Cataldo, Giorgio Faletti, Marcello Fois, Isaia Iannaccone, Carlo Lucarelli, Bruno Morchio, Margherita Oggero e Alberto Toso Fei fra gli italiani; Feng Hua, He Jiahong, Nanpai Sanshu e Qiu Xiaolong fra i cinesi.

Si tratta di brevi racconti divertenti, romantici, originali, scritti da quattordici fra gli scrittori del genere più importanti di Italia e Cina e ambientati soprattutto nella capitale cinese, che ogni autore ha interpretato col suo stile e collocato in epoche e situazioni molto diverse tra loro.

In attesa di una possibile edizione in Italia, “Accadde a Pechino” può essere richiesto all’Istituto Italiano di Cultura: libreria.iicpechino@esteri.it Costi: Cina, Rmb-Yuan 50; estero, Euro 13, spedizione aerea compresa.

 

Ecco un breve estratto da “La Regina del Gelo”, il racconto di Alberto Toso Fei:

 

“[…] Accese il computer e vi trasferì il file dalla macchina fotografica. Riguardò il filmato alcune volte, trattenendo il fiato, ma anche rallentandolo di molto non riuscì a cogliere nulla di diverso dall’impressione provata la prima volta. Solo che, vista sullo schermo, quell’immagine non le infondeva più nessuna emozione; era come se la osservasse freddamente, con distacco. Poi, però, le venne un’idea: selezionò alcuni frame del filmato e li importò nel programma fotografico.

Quando riuscì a ingrandire il primo file, quasi si sentì mancare: sotto il ghiaccio, luminosa e inconfondibile, si stagliava una figura femminile, dotata di una fosforescenza azzurrognola uniforme, vestita di abiti tradizionali. Tentò un ingrandimento di alcuni particolari: i vestiti le dissero poco, così come i gioielli che la donna indossava, troppo sgranati nell’immagine per poter capire qualcosa; il viso era dolcissimo, regolare, di giovane donna. La parte sinistra dell’ovale quasi non si vedeva, era indefinita, e questa incompletezza impediva di vedere un occhio, in tutte le immagini. L’altro occhio era aperto, sereno, sembrava addirittura guardare nell’obbiettivo, come se quella donna fosse consapevole – in qualche modo – di ciò che stava avvenendo quando Xiaomei aveva acceso la telecamera. Rimase a fissare quel volto a lungo, interiorizzando quei tratti. Decise che il giorno dopo si sarebbe data malata.

 

Quella notte sognò se stessa bambina, immersa nell’acqua di un lago ghiacciato, sospesa sotto la bianca crosta posata sulla superficie. Ogni cosa era azzurrissima, e dall’alto arrivava una bella luce. Sotto l’acqua la bambina poteva respirare, e non sentiva per niente freddo. Improvvisamente al suo fianco comparve una principessa, vestita di bellissimi abiti, coi lunghi capelli neri fluttuanti, che la fissò sorridendo. Anche la bimba sorrise: la principessa era straordinariamente bella.

Poi cambiò il punto di vista, e Xiaomei vide se stessa bambina con gli occhi della principessa. Adesso lei era la principessa. Infine il sogno si spostò su un piano ancora diverso, che comprendeva entrambe, sospese in questa visione amniotica, come se a fissarle sotto il ghiaccio ci fosse una terza persona e Xiaomei fosse questa persona. Era da molto tempo che non si sentiva così serena. […]”

leggende veneziane

leggende veneziane

Dieci leggende scritte per i bambini e illustrate dalla bravissima Anna Forlati. Sono quelle che vanno a comporre “Leggende Veneziane – un progetto per giovani lettori”, libro realizzato nell’ambito dei progetti promossi da Fondazione Radio Magica e il cui prezzo di copertina (12 euro) andrà interamente a finanziare lo sviluppo di libri gratuiti accessibili in audio, video LIS e altri formati per bambini con e senza bisogni educativi speciali. Ecco che la leggenda del campanaro che vendette il proprio scheletro, quella del crociato senza onore, quella del pescatore che sposò una sirena o, ancora, quella del mostro di Punta della Dogana diventano immagini che incantano e portano lontano, per un libro di fiabe tutte lagunari.
Il libro (tradotto anche in inglese) è ordinabile scrivendo a Elena Rocco (e.rocco@radiomagica.org), Segretario Generale Fondazione Radio Magica Onlus. Gli acquisti possono essere fatti come bonifico online (causale: donazione leggende veneziane, libro italiano copie…libro inglese copie…). Gli acquisti effettuati fuori Venezia o Mestre richiederanno l’aggiunta delle spese di spedizione.